meditazione zen Vicenza

Vita del sangha

Questa sezione riporta momenti della vita e della pratica quotidiana del sangha e i teisho, discorsi del dharma ed esposizioni dell'insegnamento che hanno luogo nel corso della seduta di zazen.

Teisho

centro zen vicenza

Il maestro invisibile

 Ogni tanto, con qualcuno di voi (i più coraggiosi?) capita di intessere discussioni che alla fine si rivelano essere interessanti per tutto il sangha.

È successo di recente a proposito del maestro invisibile. È ancora successo a proposito della perseveranza nella pratica.

Nel caso del maestro invisibile (lo dico per quanti quella sera non erano presenti al dojo), il tema trattato riguardava la relazione maestro/discepolo, così come è vissuta nella nostra pratica; nel caso della perseveranza, invece, la questione nasceva da una domanda che, prima o poi, tutti quelli che frequentano un dojo si fanno. E la domanda è: ma che fine hanno fatto quelle frotte di praticanti di lungo corso che hanno dato vita a esperienze ventennali?

Sul maestro invisibile, grosso modo, ho detto così: la nostra è una pratica viva e vivente, non fondata su autorità, dèi o testi sacri; e viva e vivente, qui, vuole dire che tra chi quella via la percorre nasce sempre una relazione, si spera anch'essa viva e vivente. È come andare in montagna. Si scala insieme a qualcuno che quel cammino intraprende da tempo e, se si è appena arrivati alla pratica, naturalmente accade che l'anziano diventi una guida. Poi, come è necessario, si scala con le proprie gambe ed il proprio cuore, in modo sempre singolare ed unico. Purtuttavia, si va insieme. Ed ecco il sangha. Evitare la relazione semplicemente significa evitare di andare insieme, né più, né meno. La nostra, difatti, non è una pratica da asceti solitari. E, forse, qui sta quel coraggio di cui ha trattato una di voi. Perché? Forse perché qualche praticante, per propria storia personale o psicologica, trova difficile la relazione con la guida, e perciò decide di restare in ombra. Resta indietro. Ma così non si scala. E il maestro invisibile? È la parte più delicata e allo stesso tempo più esaltante. Giacché, al di là della necessaria presenza fenomenica della guida, il punto di fuoco verso il quale indirizzare la freccia della relazione è quel maestro invisibile che alberga nella guida ma che lo eccede. E questa eccedenza, che a volte chiamiamo buddha, passa attraverso la guida ma non è la guida. Solo così, come è attestato assai comunemente nelle relazioni maestro/discepolo della nostra tradizione (emblematici sono i casi di Dainin Katagiri Roshi e Shunryu Suzuki Roshi) si può continuare a praticare pur in presenza di maestri impossibili (e i maestri, detto per inciso, sono sempre impossibili). Ed ecco la perseveranza!

Qui, la questione si è snodata attraverso pochi ma essenziali passaggi. Che io, a partire dal primo nucleo di domande, ho voluto allargare per ampliarne la visione:

 - Perché tanti praticanti, magari dopo vent'anni di pratica, scompaiono? Che fine hanno fatto tutti costoro? È possibile che, anche dopo anni e una buona esperienza di pratica, scompaiono tutti? È la norma o è un’eccezione?

Perseverare sulla Via è il vero snodo. E perseverare è il tempo di una vita... Poi, poi è il dharma che decide, vale a dire insieme, maestro e discepoli. Vorrei dirvi risentiamoci fra dieci anni, come minimo.

Nella furia intellettuale degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, Roland Barthes è stato uno dei miei tanti amici. E lui amava ripetere: ”Perché durare sarebbe meglio che bruciare?”, ponendo il tutto come contrapposizione. Oggi mi è chiaro come i due termini siano sinonimi. Durare è bruciare. Altrimenti non è neanche durare, non è neanche bruciare…

- Quindi bruciare per durare, per non tirare a campare? Ma, al di là della relazione/opposizione tra durare e bruciare, non c'è anche il portare frutti?

Portare frutti è bruciare completamente. Questo fuoco si propaga, senza necessità di pensiero e calcolo. Questo è dimenticarsi. Questa è la trasmissione. Shin jin datsu raku (lasciar cadere corpo e mente. Dōgen) è bruciare. E se si brucia bene il fuoco si propaga da sé. Ecco allora la foresta del sangha illuminare il mondo. 

 Trissino 1 Marzo 2021
Salvatore Shogaku Sottile

Non lasciare tracce

Nello zendo camminiamo a piedi nudi.

Questo vuol dire che a piedi nudi camminiamo nel mondo, giacché lo zendo non è (solo) lo zendo, ma la grande terra.

Perciò, vi prego, da oggi in poi ogniqualvolta farete ingresso nello zendo non fatelo pesanti di voi stessi; provatevi a non produrre alcun rumore in modo da non disturbare gli innumerevoli esseri che vi abitano; entrate volando, appena pochi centimetri da terra, e vedrete che vi riuscirà.

Io vedo un senso forte in tutto questo. Non è solo questione di sacralità del luogo dove sediamo in zazen, ma pungolo che va ancora più in profondità; tanto in profondità da essere erba tenera dei prati. Completamente esposta. Completamente offerta. Fuse.

Questo è, per quanti percorrono la Via, non lasciare tracce! Toccare appena il mondo, calcare lo zendo dolcemente e, subito, sparire. Leggeri come nuvole (unsui, emblema del monaco zen) passiamo carichi di pioggia e svaniamo. 

Non attaccatevi a niente; nemmeno allo zendo, nemmeno ai propri piedi, nemmeno alle nuvole. Solo così passeremo lasciando ombre fuggevoli sulla terra, ombre fragranti; solo così matureranno i rossi cachi dell'albero di Buddha. 

Buona pratica. 

Trissino, 4 Marzo 2021 

Salvatore Shogaku Sottile

centro zen Vicenza

Un asino che si crede coccodrillo

La liberazione del cuore (la pace, il risveglio, la felicità) non è mai un oggetto (fisico o mentale); e quando diciamo oggetto intendiamo anche formule magiche, mantra, riti, "pensieri positivi"; la liberazione del cuore non è mai il risultato di qualcosa; la liberazione del cuore è, esattamente, lasciar andare. Il cuore lascia ogni presa e, così, da se stesso, si libera.

 

Questa è la libertà; non dipendere da niente; avere il tesoro in casa. Questo è zazen.

 

Zazen non è un oggetto. Zazen è un processo. Perciò, avviandoci alla pratica di zazen andiamo verso il render vivo un processo che, esso stesso, è liberazione. Ecco perché zazen non finisce mai.

Se accettiamo questo quadro, dopo averlo verificato, ecco che viene il tempo che viene, adesso, poiché è adesso che abbiamo praticato il lasciar andare e gustato la libertà del cuore. Ecco perché non abbiamo mai bisogno di/del tempo, giacché abbiamo sperimentato che, adesso, non manchiamo di niente.

 

Se abbiamo verificato che cosi è, che il tesoro, la liberazione, la pace, sono qui, già qui, ecco rilucere che non pratichiamo zazen perché orfani, monchi, mancanti ma, al contrario, paradossalmente, rivoluzionariamente, pratichiamo poiché siamo Buddha.

 

Non potremmo, se no. Sarebbe come un asino che sognasse di diventare coccodrillo.

Vicenza, 20 Settembre 2020

Salvatore Shogaku Sottile

zazen Vicenza

Zazen ed il mare

Avete mai fatto caso a come sfumano i contorni corporei una volta che si è in acqua? Immersi, nella corretta postura del lasciar essere, altrimenti si annega, svaporiamo un po', essendo tutt'uno con l'acqua che solo allora sostiene, e possiamo godercela.
Questa è un'ottima immagine della nostra pratica, del nostro zazen. 
Anche in zazen tendiamo a sfumare, si fa fatica a sapere con esattezza dove sia la gamba destra o l'altra, le braccia, ci sono ancora?, perdiamo insomma i contorni e, anche lì, come già in acqua, siamo non-due col vivere.
Nella corretta postura il mare ci tiene; ed è quel che accade in zazen; seduti nel lasciar andare, nel lasciar essere, la vita ci tiene. Questo può accadere, in un caso come nell'altro, perché nella realtà  vera, profonda, non siamo mai (solo) noi, bensì non altra cosa dal mare, non altra cosa dal vivere. 
Solo così, nell'un caso come nell'altro, possiamo godercela.
 

 Vicenza, 17 Agosto 2020
Salvatore Shogaku Sottile

zazen centro zen vicenza

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