meditazione zen Vicenza

Vita del sangha

Questa sezione riporta momenti della vita e della pratica quotidiana del sangha e i teisho, discorsi del dharma ed esposizioni dell'insegnamento che hanno luogo nel corso della seduta di zazen.

Teisho

Concentrazione

Ieri sera vi ho parlato di due aspetti della pratica di zazen strettamente connessi. Li riprendo, qui, affinché non si indugi a condurre il nostro sedere lì dove deve andare.

 

Parliamo della particolare forma di concentrazione che attuiamo in zazen, e di come questa sia influenzata e, infine, determinata, dal modo in cui teniamo gli occhi.

 

Spesso, come ho più volte ripetuto, vi vedo in zazen con gli occhi completamente chiusi. E, più volte, vi ho invitato ad abbandonare un tale atteggiamento. La postura degli occhi, difatti, è fondamentale nel determinare il tono di quel che avviene sedendo, tanto è vero che l'insegnamento proviene direttamente da  Dōgen, che ne parla nel suo Fukanzazengi: … Tenete sempre gli occhi aperti...  

 

Gli occhi completamente chiusi portano velocemente a precipitare nell'inconscio dove, la conseguente concentrazione, frutto dell'immobilità e del silenzio di corpo-mente-cuore, non potrà che assumere natura immersiva. In più, lo stato generale si farà torbido e potrà giungere il sonno. Tutte condizioni, queste, che non producono uno zazen come pratica di risveglio.

 

Più che all'immersione, il nostro sedere tende all'espansione; da cui la corretta concentrazione in zazen sarà espansiva e non immersiva; affinché questo si determini, gli occhi saranno socchiusi, la palpebra cala ma mai del tutto, in maniera tale da consentire alla luce di raggiungerci.

 

Questa espansione è, come ho detto ieri sera, quanto Bodhidharma chiama Vastità! E questa Vastità altro non è che Sunyata, la santa Vacuità!

 

Buona pratica a tutti.

 

Vicenza, 19 Agosto 2022
Salvatore Shogaku Sottile

La cura

Ieri sera, durante la seduta formale, ho detto così: Vi prego, prendetevi cura della vostra pratica; solo così la pratica si prenderà cura di voi.  Vorrei sviluppare questo spunto.

 

Se noi e la pratica non siamo divisi e se fluiamo con essa, non c'è pericolo di credere che prendersi cura della propria pratica sia dare spazio alla mente illusa. Prendersi cura della propria pratica è essere pratica, silenziosi, invisibili alle ragnatele dell'ego.

 

Se accade così, la pratica ci riconosce e perciò si prenderà cura di noi. Buddha si prenderà cura di noi. Buddha che - oh, meraviglia! - ha (e ha sempre avuto) la nostra stessa faccia.  Accade, allora, che lo spazio attorno a noi si espande all'infinito e il respiro scende nelle profondità di ogni corpo, incluso il nostro.  E questo, che si sappia oppure no, che si senta oppure no, questo è il satori. Inconscio. Inconosciuto. Universale.  Completo abbraccio che non lascia fuori niente. Ed ecco il così-com'è!

 

È questo il senso del nostro essere esatti in tutto ciò che facciamo, nello zendo come altrove; ogni nostra azione inizia, si svolge e si compie. Perfetta. Senza sbavi e senza inutili lentezze che darebbero spazio alla mente di formulare giudizi. Essere esatti così, di fatto, è prendersi cura. E subito dopo dimenticare. Altrimenti, ci resta il mondano così-come-viene e il tanto-per-fare. Ma così impediamo allo specchio del dharma di compiere la sua funzione e manchiamo il riconoscimento; e se questo accade non ci resta che vivere nella solitudine e nella paura. Che sono, esattamente, il paese natale dell'ego.

 

Buona pratica a tutti.

 

Vicenza, 22 Aprile 2022
Salvatore Shogaku Sottile

Cuore arreso

Se amiamo il mare, la cosa migliore da fare è essere mare. Noi invece, per solito, andiamo semplicemente al mare. E così, il mare, resterà sempre altra cosa per noi.
Che Kajo - Vita ordinaria, vita comune - provocasse inquietudini era facile prevederlo. È il problema di molti di voi; talmente molti che può capitare perfino di non accorgersene.
Come conciliare la vita comune e la Via? Una faccenda, è stare nell'ambiente protetto del dojo; un'altra, sentirla vibrare al lavoro, in famiglia, nelle relazioni con quanti, magari, non capiscono che ci facciamo lì immobili seduti dinnanzi ad un muro. Ma la questione che pone Dōgen è, semplicemente, che non c'è questa faccenda; c'è solo questo!
E questo è il mare, il grande oceano, che non si cura delle onde. È sempre è solo questo. È sempre e solo mare. A ben vedere, perciò, la soluzione di questo pseudo-enigma viene prima. E può essere detta così: allorché sto per immergermi nel grande oceano, io ci sono? Se sì, com'è di solito, non sono essere mare; sono un bagnante. E il mare non mi riconosce.

Perché mai credete che, in zazen, si continua a ripetere che occorre abbandonare-corpo-e-mente, Shinjin-datsuraku? Perché, altrimenti, zazen non ci riconoscerebbe. E se non ci riconosce, possiamo star lì a riscaldare un cuscino nero per l'eternità...
 
Mutando sguardo, e paradossalmente, diciamo che l'inizio della pratica della Via, in un modo che possiamo dire misterioso, avviene prima ancora di entrare per la prima volta in un dojo zen. Perché accade così? Perché (per il fatto stesso che  vi entreremo, in un dojo, e prima che ciò accada), siamo stati esposti sul pianoro dell'Aperto, senza neanche saperlo. Chi fa questo, quale forza ci espone nudi sul pianoro, non è da indagare. Chi fa questo, però, ha un nome: ecco bodaishin, la mente che cerca la Via. Che è sempre l'antefatto nascosto della nostra storia. Pratico, ma non so bene perché.
La mente che cerca la Via... Ma di che mente si tratta? Nient'altro che la mente della natura di Buddha che siamo. Questo è bodaishin! Se – ecco le ragioni misteriose – è sufficientemente potente, senza alcun merito da parte nostra, opera in silenzio e prepara le carte... Poi, tocca a noi fare il passo. Ed eccoci entrati per la prima volta in un dojo zen.
Tutto il resto della questione che vi interroga, la possibilità, o meno, di conciliare vita comune e pratica della Via, monachesimo o non monachesimo incluso, è un sofisticato alibi. Sul monachesimo, per esempio: ma qualcuno vi ha mai invitati a lasciare lavoro e famiglia per entrare in un monastero che, oltretutto, non abbiamo?
 
Praticate totalmente, fortemente e generosamente, con corpo-mente abbandonati e cuore arreso in ogni momento ed in ogni circostanza; con saggezza, calibrando le azioni ai contesti nei quali verrete a trovarvi. Direi, per esempio, che non è proprio necessario mettere in zazen il proprio capo ufficio.
Praticando così sarete voi stessi questo, e non ci sarà più alcun dubbio. La Via sarà la vostra vita e il dharma, tramite il nome che eventualmente avrete ricevuto, vi richiamerà a ciò.
Senza questo preliminare cuore arreso al dharma, dono di sé (da non intendesi in termini cristiani, poiché qui non c'è alcuno che decide di donarsi), la Via e la vita vi resteranno incomprensibili e inaccostabili. Senza questo, tutt'al più farete i bagnanti. Ma sono sicuro che non è quello che volete.
 

Trissino, 4 Marzo 2022
Salvatore Shogaku Sottile

KEIJI NISHITANI  

ovvero 

sul cavar sangue (di dharma) dalla rapa filosofica  

Riflessioni su alcuni snodi dell'opera di Keiji Nishitani "La religione e il nulla"

centro zen Vicenza
centro zen vicenza

Il maestro invisibile

 Ogni tanto, con qualcuno di voi (i più coraggiosi?) capita di intessere discussioni che alla fine si rivelano essere interessanti per tutto il sangha.

È successo di recente a proposito del maestro invisibile. È ancora successo a proposito della perseveranza nella pratica.

Nel caso del maestro invisibile (lo dico per quanti quella sera non erano presenti al dojo), il tema trattato riguardava la relazione maestro/discepolo, così come è vissuta nella nostra pratica; nel caso della perseveranza, invece, la questione nasceva da una domanda che, prima o poi, tutti quelli che frequentano un dojo si fanno. E la domanda è: ma che fine hanno fatto quelle frotte di praticanti di lungo corso che hanno dato vita a esperienze ventennali?

Sul maestro invisibile, grosso modo, ho detto così: la nostra è una pratica viva e vivente, non fondata su autorità, dèi o testi sacri; e viva e vivente, qui, vuole dire che tra chi quella via la percorre nasce sempre una relazione, si spera anch'essa viva e vivente. È come andare in montagna. Si scala insieme a qualcuno che quel cammino intraprende da tempo e, se si è appena arrivati alla pratica, naturalmente accade che l'anziano diventi una guida. Poi, come è necessario, si scala con le proprie gambe ed il proprio cuore, in modo sempre singolare ed unico. Purtuttavia, si va insieme. Ed ecco il sangha. Evitare la relazione semplicemente significa evitare di andare insieme, né più, né meno. La nostra, difatti, non è una pratica da asceti solitari. E, forse, qui sta quel coraggio di cui ha trattato una di voi. Perché? Forse perché qualche praticante, per propria storia personale o psicologica, trova difficile la relazione con la guida, e perciò decide di restare in ombra. Resta indietro. Ma così non si scala. E il maestro invisibile? È la parte più delicata e allo stesso tempo più esaltante. Giacché, al di là della necessaria presenza fenomenica della guida, il punto di fuoco verso il quale indirizzare la freccia della relazione è quel maestro invisibile che alberga nella guida ma che lo eccede. E questa eccedenza, che a volte chiamiamo buddha, passa attraverso la guida ma non è la guida. Solo così, come è attestato assai comunemente nelle relazioni maestro/discepolo della nostra tradizione (emblematici sono i casi di Dainin Katagiri Roshi e Shunryu Suzuki Roshi) si può continuare a praticare pur in presenza di maestri impossibili (e i maestri, detto per inciso, sono sempre impossibili). Ed ecco la perseveranza!

Qui, la questione si è snodata attraverso pochi ma essenziali passaggi. Che io, a partire dal primo nucleo di domande, ho voluto allargare per ampliarne la visione:

 - Perché tanti praticanti, magari dopo vent'anni di pratica, scompaiono? Che fine hanno fatto tutti costoro? È possibile che, anche dopo anni e una buona esperienza di pratica, scompaiono tutti? È la norma o è un’eccezione?

Perseverare sulla Via è il vero snodo. E perseverare è il tempo di una vita... Poi, poi è il dharma che decide, vale a dire insieme, maestro e discepoli. Vorrei dirvi risentiamoci fra dieci anni, come minimo.

Nella furia intellettuale degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, Roland Barthes è stato uno dei miei tanti amici. E lui amava ripetere: ”Perché durare sarebbe meglio che bruciare?”, ponendo il tutto come contrapposizione. Oggi mi è chiaro come i due termini siano sinonimi. Durare è bruciare. Altrimenti non è neanche durare, non è neanche bruciare…

- Quindi bruciare per durare, per non tirare a campare? Ma, al di là della relazione/opposizione tra durare e bruciare, non c'è anche il portare frutti?

Portare frutti è bruciare completamente. Questo fuoco si propaga, senza necessità di pensiero e calcolo. Questo è dimenticarsi. Questa è la trasmissione. Shin jin datsu raku (lasciar cadere corpo e mente. Dōgen) è bruciare. E se si brucia bene il fuoco si propaga da sé. Ecco allora la foresta del sangha illuminare il mondo. 

 Trissino 1 Marzo 2021
Salvatore Shogaku Sottile

Non lasciare tracce

Nello zendo camminiamo a piedi nudi.

Questo vuol dire che a piedi nudi camminiamo nel mondo, giacché lo zendo non è (solo) lo zendo, ma la grande terra.

Perciò, vi prego, da oggi in poi ogniqualvolta farete ingresso nello zendo non fatelo pesanti di voi stessi; provatevi a non produrre alcun rumore in modo da non disturbare gli innumerevoli esseri che vi abitano; entrate volando, appena pochi centimetri da terra, e vedrete che vi riuscirà.

Io vedo un senso forte in tutto questo. Non è solo questione di sacralità del luogo dove sediamo in zazen, ma pungolo che va ancora più in profondità; tanto in profondità da essere erba tenera dei prati. Completamente esposta. Completamente offerta. Fuse.

Questo è, per quanti percorrono la Via, non lasciare tracce! Toccare appena il mondo, calcare lo zendo dolcemente e, subito, sparire. Leggeri come nuvole (unsui, emblema del monaco zen) passiamo carichi di pioggia e svaniamo. 

Non attaccatevi a niente; nemmeno allo zendo, nemmeno ai propri piedi, nemmeno alle nuvole. Solo così passeremo lasciando ombre fuggevoli sulla terra, ombre fragranti; solo così matureranno i rossi cachi dell'albero di Buddha. 

Buona pratica. 

Trissino, 4 Marzo 2021 

Salvatore Shogaku Sottile

centro zen Vicenza

Un asino che si crede coccodrillo

La liberazione del cuore (la pace, il risveglio, la felicità) non è mai un oggetto (fisico o mentale); e quando diciamo oggetto intendiamo anche formule magiche, mantra, riti, "pensieri positivi"; la liberazione del cuore non è mai il risultato di qualcosa; la liberazione del cuore è, esattamente, lasciar andare. Il cuore lascia ogni presa e, così, da se stesso, si libera.

 

Questa è la libertà; non dipendere da niente; avere il tesoro in casa. Questo è zazen.

 

Zazen non è un oggetto. Zazen è un processo. Perciò, avviandoci alla pratica di zazen andiamo verso il render vivo un processo che, esso stesso, è liberazione. Ecco perché zazen non finisce mai.

Se accettiamo questo quadro, dopo averlo verificato, ecco che viene il tempo che viene, adesso, poiché è adesso che abbiamo praticato il lasciar andare e gustato la libertà del cuore. Ecco perché non abbiamo mai bisogno di/del tempo, giacché abbiamo sperimentato che, adesso, non manchiamo di niente.

 

Se abbiamo verificato che cosi è, che il tesoro, la liberazione, la pace, sono qui, già qui, ecco rilucere che non pratichiamo zazen perché orfani, monchi, mancanti ma, al contrario, paradossalmente, rivoluzionariamente, pratichiamo poiché siamo Buddha.

 

Non potremmo, se no. Sarebbe come un asino che sognasse di diventare coccodrillo.

Vicenza, 20 Settembre 2020

Salvatore Shogaku Sottile

zazen Vicenza

Zazen ed il mare

Avete mai fatto caso a come sfumano i contorni corporei una volta che si è in acqua? Immersi, nella corretta postura del lasciar essere, altrimenti si annega, svaporiamo un po', essendo tutt'uno con l'acqua che solo allora sostiene, e possiamo godercela.
Questa è un'ottima immagine della nostra pratica, del nostro zazen. 
Anche in zazen tendiamo a sfumare, si fa fatica a sapere con esattezza dove sia la gamba destra o l'altra, le braccia, ci sono ancora?, perdiamo insomma i contorni e, anche lì, come già in acqua, siamo non-due col vivere.
Nella corretta postura il mare ci tiene; ed è quel che accade in zazen; seduti nel lasciar andare, nel lasciar essere, la vita ci tiene. Questo può accadere, in un caso come nell'altro, perché nella realtà  vera, profonda, non siamo mai (solo) noi, bensì non altra cosa dal mare, non altra cosa dal vivere. 
Solo così, nell'un caso come nell'altro, possiamo godercela.
 

 Vicenza, 17 Agosto 2020
Salvatore Shogaku Sottile

zazen centro zen vicenza

Parole dalla peste - teisho trasmessi in chat in periodo di pandemia (marzo 2020-aprile 2021)