meditazione zen Vicenza

Vita del sangha

Questa sezione riporta momenti della vita e della pratica quotidiana del sangha e i teisho, discorsi del dharma ed esposizioni dell'insegnamento che hanno luogo nel corso della seduta di zazen.

Falso movimento


Della  lettura  di  questo  Dōgen  ¹  non  mi  resterà  molto. Aveva  scavato  di  più  Hee-Jin  Kim  ².  Pure,  proprio  in fondo  al  volume,  probabilmente  più  rilassato,  Heine sembra  risorgere.  Ne  darò  un  accenno,  qui,  perché connesso a quanto sperimentiamo insieme.

Per   Dōgen,   la   missione dell’insegnamento   non   consiste   nel portare il Buddha sulla terra… cosa che implica la discesa da un regno superiore. Piuttosto, raffigura l’impegno per un’autenticità che  trascende  ma  si  trova  pienamente  nel  quadro  della  vita quotidiana… 
L’obiettivo…  era  ribaltare  il  modo  di  vedere  degli allievi,  distogliendoli  dal 
considerare  i  metodi  di  pratica  come strumenti  per  alterare  l’esistenza  per  portarli  invece  verso  un punto  di  vista  basato  sulla  realizzazione,  in  cui  la  continua riflessività  contemplativa  si  sintonizza  con  la  qualità  sempre presente dei Buddha che diventano Buddha.
³

Prolisso  da  morire  ma  il  discorso  è chiaro.  Dove  mi interessa quel trascendere che in verità non trascende poiché   si   trova a proprio agio lì dov’è, nella vita quotidiana.   Un falso movimento, si potrebbe  dire; sebbene un movimento essenziale.

Mi  capita  di  parlare  di  trascendenza.  L’ultima  volta credo sia stato ne Il pane e lo Zen…

Ora,   perché   dire   trascendenza   se   poi   si   tratta   di immanenza?  Ecco  una  buona  domanda  che,  magari, avreste potuto fare voi. ⁵

Finché si resta nella coppia (trascendenza/immanenza), non c’è   soluzione né si può rintracciare la ragione per  la  quale,  in  questo  caso,  sia  io  che  uno  studioso  di Dōgen, come Heine, parliamo di trascendenza.

Ma  se  solo  si  riporta  la  questione  lì  dove  deve  stare, ovverosia  nel  silenzio  della 
mente  immobile,  allora  si intenderà che proprio questo aderire al corpo nella non- dualità - zazen - farà emergere che (anche) il corpo non è un corpo. ⁶

Ecco l’Aperto! Ecco Sunyata, la santa vacuità. E se - ad un certo punto del processo di evenienza della mente immobile - siamo qui, se veramente siamo qui, proprio questo toccare  amorevolmente il corpo nella più avvolgente e calda immanenza, conduce laddove...

… non c’è forma né sensazione, né percezione, né discriminazione, né coscienza;
non ci sono occhi né orecchi, naso, lingua, corpo, mente; non ci sono forma né suono, odore, gusto,
tatto, oggetti; né c’è un regno del vedere,
e così via fino ad arrivare a nessun regno della coscienza; non vi è conoscenza, né ignoranza,
né fine della conoscenza, né fine dell’ignoranza, e così via fino ad arrivare a né vecchiaia né
morte;
né estinzione di vecchiaia e morte; non c’è sofferenza, karma, estinzione, via;
non c’è saggezza né realizzazione...


Incontrare  il  mondo  con  mente  immobile,  difatti,  una rosa per esempio, fa sì che
nell’incontro, nel reciproco toccarsi,  si  apra  sia  la  rosa  sia  chi  la  tocca.  Non perdendo
niente,  se  non  l’illusione,  ma  dando  vita  al mondo.  Tutte  le  cose  sono  nella  terra 
natia  di  una certa cosa e fanno che essa sia ciò che è
. ⁸  Amen!

Vicenza, 25 Marzo 2024

Salvatore Shōgaku Sottile 




¹ Steven Heine, Dōgen. La vita e l’opera del fondatore della scuola Zen Sōtō, Ubiliber, 2023
² Hee-Jin Kim, L’essenza del buddhismo Zen, Dōgen, realista mistico, Mimesis, 2010
³ Steven Heine, op. cit., pag. 265
⁴ … a vivere l’esperienza dell’Aperto è la vita che siamo, che include la mia ma che decisamente la supera. Una trascendenza, perciò, pur rimanendo sempre ancorati a quel corpo che siede sul cuscino.
La pratica Zen è corpo! Nessun aldilà quanto, piuttosto, una gioioso aldiquà…
Capitolo: La meditazione...mi può servire per stare meglio?
Il punto dell’espressione sconcertante di Jashan è che il discepolo e il maestro devono essere in grado di sfidarsi l'uno dall’altro da pari, piuttosto che rimanere in una relazione gerarchica. In Steven Heine, op, cit. pag. 278
⁶ … stare semplicemente seduti non è solo una questione di stare seduti. In Steven Heine, op, cit. pag. 275
Maka Hannya Haramita Shingyo  o Sutra del Cuore.
⁸ Il nostro: Keiji Nishitani, ovvero sul cavar sangue (di dharma) dalla rapa filosofica, pag.
21

Questo testo è la prima cosa che gli utenti vedono sul tuo sito. É il luogo giusto per descrivere in breve di cosa si tratta.

L'architrave del mondo, ovvero
zazen non è (solo) zazen


Certo, nel mondo dobbiamo adoperarci affinché non si giunga all’atomica… Pure, non è sufficiente.
Pure, non è questo il punto.

Nel sedere, come sediamo noi; nello zazen di Dōgen il come è dirimente. La postura, difatti, non è a caso, così come capita, ma accuratamente studiata e vagliata dai corpi di generazioni di uomini e donne della grande Via. Dal Ch’an dell’epoca Tang, almeno.

Ora, quel che la distingue e la fa unica è che il tronco svetta, forte, mentre dal bacino in giù si sprofonda nella terra. Tenere il cielo in alto e la terra in basso: ecco la postura di zazen! Con la nuca spingiamo in alto il cielo e con le ginocchia confortiamo la terra che tutto sostiene.

La deflagrazione che temiamo più d’ogni altra, difatti, è che    il    cielo    declini    in   
giù    e    che    la    terra    - paradossalmente  -    non  abbia  alcunché  da  sostenere.
Questo è il punto.

Il punto è che il risveglio ¹ tiene unito e vivo il mondo, prima e a prescindere da come l’umano veda tutto ciò. Conformarsi ² a questo stato primordiale del mondo - il risveglio - fa sì che tutto risuoni e faccia luce.

Nella  postura,  e  perciò  nel  punto  -  per  l’umano  -  più dappresso   a   questo,   nel   far
  da   tramite   senza   che nessuno-lo-sappia   svolgendo   il   ruolo   di   Hermês   ³ affinché
tutto liberamente fluisca ma niente si confonda, in questo sta il senso ultimo di quel che noi
chiamiamo postura   di   risveglio.   Che,   da   oggi,   potremo   anche chiamare così: 
l’architrave del mondo!

Vicenza, 8 Marzo 2024

Salvatore Shōgaku Sottile



¹ Il così com’è di ogni cosa. I fiori fioriscono così come fioriscono (Dōgen).
² Con-formarsi, formarsi insieme a, aderire a questa forma.
³ Vedere il teisho Hermês.

Hermês

Enthusiasmós e zazen [1]. Ora, prendo slancio da quell’enthusiasmós e da quel dio dentro di sé, e gioco con voi.

Perciò domando: tra gli dèi della classicità greca quale s’adatta meglio al nostro essere viandanti della grande Via?

Io non ho dubbi: è Hermês! Hermês dalle ali lucenti, come recita uno dei suoi epiteti.

Da Wikipedia:

Ermes, Hermes o Ermete, (in greco antico: Ἑρμῆς Hermês), è una divinità della mitologia e delle religioni dell’antica Grecia. Il suo ruolo principale è quello di messaggero degli dèi. È inoltre il dio dei commerci, dei viaggi, dei confini, dei ladri, dell'eloquenza e delle discipline atletiche. Svolge anche la funzione di psicopompo, ovvero di colui che accompagna le anime dei defunti verso l’Ade. Figlio di Zeus e della Pleiade Maia, è uno dei dodici Olimpi. I suoi simboli sono il gallo e la tartaruga, ma è chiaramente riconoscibile anche per il borsellino, i sandali e cappello alati e il bastone da messaggero, il caduceo.
Per gli antichi Greci, infatti, in Ermes si incarnava principalmente lo spirito del passaggio e dell'attraversamento: ritenevano che il dio si manifestasse in qualsiasi tipo di scambio, trasferimento, violazione, superamento, mutamento, transito, tutti concetti che rimandano in qualche modo a un passaggio da un luogo, o da uno stato, all'altro. Questo spiega il suo essere messo in relazione con i cambiamenti della sorte dell'uomo, con lo scambio di beni, con i colloqui e lo scambio di informazioni consueti nel commercio nonché, ovviamente, con il passaggio dalla vita a ciò che viene dopo di essa.


Ed è qui il punto. Perché, mi son sempre chiesto, arrivare a porre una divinità per gli incroci di strade? Cos’è un incrocio? Ecco cos’è: in samsara-eppure-nirvana di cui ci ha parlato Nishitani [2] è, esattamente, l’eppure! Scandalosamente lasciando di lato, in prima istanza, i poderosi samsara-nirvana noi viviamo quell’arte che è indicata dall’eppure. Ed Hermês dell’arte della mescolanza s’intende!

A volte, tutto questo lo indichiamo dicendo: la spada di Manjusri! E, di nuovo, il filo della lama quale discrimine non per separare ma per includere. Così, nella nostra pratica, non diciamo mai vita-o-morte, ma vita-e-morte! [3] Tanto da disinnescare una volta per tutte ogni dualità.

Poi, e mi piace da morire, Hermês ama i mercati, le greggi e i pastori, tutto quanto è vita nel mondo, tanto da farmi ricordare dove si ritrova l’uomo risvegliato del Ch’an nell’ultimo quadro del Toro [4]. Dove si ritrova? In un monastero? In una cella da eremita? A casa sua? Ma và… Si ritrova in un mercato!

Poi… Poi che Hermês ami i ladri è un colpo di genio. Inconcepibile. Inspiegabile. Ma d’un immenso profumo di vita aperta e gioiosa, profumo che ancora oggi m’arriva alle narici.

Lo sentite anche voi?

Vicenza, 7 Marzo 2024

 

Salvatore Shōgaku Sottile 


[1] Ne ho parlato in L’arco e la freccia.
[2] Vedere il nostro Keiji Nishitani ovvero sul cavar sangue (di dharma) dalla rapa filosofica. 

[3] E alto-e-basso, santo-e-peccatore, buono-e-cattivo...
[4] Vedere il nostro Le foglie stanno volando via dal mondo. I dieci quadri del Toro. Un’antica storia Ch’an

L'arco e la freccia

Enthusiasmós  [1] e zazen.

Alla fine potremmo anche dirlo così il nostro vivere il dharma nella terra del tramonto…

A partire dal dio dentro di sé, sediamo immobili sopra un cuscino nero, sconosciuti a noi stessi.

Ecco l’arco da cui parte la freccia. Esuberanza gioiosa del dio che (si) dimentica.

Clarice Lispector la dice così: … Dimenticarsi di sé e tuttavia vivere molto intensamente...[2]

Questo è il punto.



Vicenza, 6 Marzo 2024
Salvatore Shōgaku Sottile

[1] Έv (in) theós (dio) e ousía (essenza). Con un dio dentro di sé.
[2] Clarice Lispector, Un soffio di vita, Adelphi 2019, pag. 17

Il Lonfo in zazen

Un giorno ti svegli e da un altro mondo è arrivato un dono… Si tratta di un testo di Fosco Maraini, Il Lonfo  [1], reso nell’interpretazione di padre e figlia [2] che mi ha scatenato inarrestabili lacrime di gioia nonché una profonda riflessione sulla nostra Via.

Il punto è cos’è il senso, chi lo dirige e che ripercussioni ha; il tutto specchiato nella nostra tradizione Ch’an e perciò nella nostra pratica e vita.

E torniamo... (giacché noi torniamo sempre allo stesso punto, all’adesso del kairós, il tempo opportuno che, sempre, è questo tempo…) torniamo a quanto abbiamo discusso recentemente. [3]

Platone… un esempio nefasto per la storia della filosofia, poiché ne condiziona l’intero sviluppo occidentale. È lui a strappare l’uomo alla molteplicità degli orizzonti possibili, imponendogli il tributo al logos e paralizzandone la creatività. [4]

Ma anche:

Aristotele soffoca l’areté, - cioè l’esaltazione d’un sapere pratico, aperto al mondo e alla vita - sottolineata dalla filosofia e dall’epica precedente, per porre in primo piano la ragione, la logica e la conoscenza. In tal modo “l’areté è morta e la scienza, la logica, e l’università come la conosciamo oggi, ricevono il loro atto costitutivo e la loro missione… È la nascita del sistema. [5]

E ora…

Non sto affermando il privo di senso, né l’ostile al senso: dico nonsense per sottolineare che le cose sono estranee al principio di non contraddizione. Il nonsense è il momento del nudo… “Tutto è lì”: il motto del nudo… Le parole del nudo sono costellate dal silenzio… I fatti avvengono… [6]

Io sento aria di famiglia. Non succede così anche a voi? Immanenza, silenzio, il mondo avviene. E la meraviglia è che, preso un tale passo ed un siffatto orientamento, quel che nasce è gioia contagiosa, effervescenza per cui se guardi il cielo, naturalmente ti inchini, se tocchi un albero, si trema… Le paratie cedono... Attenti. Il Lonfo s’avvicina...

Il nonsense si coglie sospendendo i nostri abituali punti di riferimento… è come un tramonto sul lago, uno stormo di anatre nei cieli. Per cogliere questi eventi, anziché “comprensione”, si dovrà parlare di “intuizione”, di apertura alla non significanza. [7]

Anche perché, senza quella sospensione chi potrebbe mai sedere silenziosi in zazen?

La domanda implica la ricerca del senso. Appena si apre bocca, si è lontani… Ogni risposta è già nella domanda… Ponendo la domanda, sbagliamo; non ponendola, sbagliamo… L’azione del domandare e del rispondere si compie senza saperlo. Si tratta di una consapevolezza inconsapevole. [8]

L’unica consapevolezza che contempli, come sapete.

Ma c’è ancora qualcosa che vorrei proporvi. Si tratta di temi molto presenti all’interno della nostra piccola comunità che non sarà male rimettere al centro.

Nella psicoterapia… il paziente si libera proprio quando s’accorge che le sue preoccupazioni erano infondate, irreali, e i suoi problemi illusori e inesistenti… È una
situazione straordinariamente affine a quella del discepolo Zen. Questi cerca di liberarsi dei propri desideri… Chiede dunque al maestro la via da seguire… “Che bisogno c’è di liberarsene?” - risponde il maestro, facendo capire che il problema è inconsistente; finché si crede al circolo ‘enigma(‘problema’)/’soluzione’ si è ancora lontani dall’illuminazione. Finché si crede a questo circolo, si pensa ancora, erroneamente, che esista un ‘io’ da salvaguardare, poiché il problema può esistere soltanto per un ‘io’ corrispondente. Quando però questo ‘io’… si rivela nudo, nessun problema può più essergli correlato, e si può tirare un respiro di sollievo… Da questo punto di vista seguo Alan Watts, che mi fece capire chiaramente come la nevrosi non dipenda dall’indebolimento dell’io, bensì… da un ‘io’ eccessivamente forte...
[9]

Senza aver visto e realizzato tutto ciò, Buddha latita, l’Aperto non si apre e la gioia del risveglio avvizzisce.

Pure…

Il Lonfo non vaterca né glutisce
e molto raramente barigatta...


Vicenza, 28 Febbraio 2024


Salvatore Shōgaku Sottile



 
1 https://www.labottegadelbarbieri.org/fosco-maraini-il-lonfo/
2 https://youtu.be/WJxb1y5FEXk?si=R7BtPbj_5qAHfc8E
3 Si tratta dei teisho Zen d’Occidente e I corpi, ovvero i giardinieri dello Zen.
4 Leonardo Vittorio Arena, Sul nudo, Mimesis 2015, pagg.12-13.
5 Leonardo Vittorio Arena, Del nonsense, QuattroVenti, Urbino, 2000, pag.27, nota 29. 
6 Leonardo Vittorio Arena, op. cit., pagg.14-15.
7 Leonardo Vittorio Arena, op. cit.pag. 28.
8 Leonardo Vittorio Arena, op. cit. pag. 32.
9 Leonardo Vittorio Arena, Del nonsense, op. cit.., pagg.42-43.



I corpi, ovvero
i giardinieri dello Zen


Quindi qualcosa di nuovo sta avvenendo… ¹

Questo nuovo Galimberti lo riassume così:

Inoltre al posto del “primato   dell’uomo”, che a piacimento e senza  limiti  dispone  della  natura,  l’etica del  viandante  propone  il  “primato  della  vita”  che  può continuare solo  se  l’uomo  rinuncia  al  suo  primato  su tutti i viventi e, dopo aver scoperto il suo indissolubile legame  con  tutti  gli  elementi  della  natura,  si  pone  a difesa dei diritti della terra. ²


Riprendo,   concludendo   qui,   quanto   già   trattato   nel precedente Zen d’Occidente. Ebbene, si dirà, che nuovo è  mai  questo  che  noi  da  sempre  viviamo  chiamandolo Buddhismo, Zen, nel caso specifico interdipendenza?

Ma non per noi è questo nuovo, ma per quell’Occidente a   cui   parla   la   riflessione   di   Galimberti.   Questo Occidente oggi ultimativamente chiamato ad un cambio di  paradigma,  pena  la  sua  eclissi;  ma  che  è  anche, d’inverso  -  proprio  in  e  per  quel  paradigma  atteso  e necessario  -,  quanto  permette  alla  grande  Via  che  noi percorriamo  di  risultare  un  innesto  riuscito.   ³   Zen d’Occidente,   appunto.   Come   profetizzammo   più   di trent’anni fa.

Il nostro orizzonte:

Samsāra  è  veramente  samsāra  come  samsāra-eppure- nirvāna;  samsāra  non  è  samsāra,  quindi  è  samsāra… Samsāra-eppure-nirvāna  è  il  vero  samsāra  e  il  vero nirvāna, il vero tempo e la vera eternità… Non sarebbe vita insieme veramente eterna  e veramente temporale...⁴

E   adesso   ascoltate   Galimberti   che,   nel   prefigurare l’orizzonte  del  suo  viandante,  il  paradigma  atteso  e necessario,  chiama  a  parlare  i  Guaraní,  antica  tribù della foresta uruguaiana, dicendo così:

La  via  indicata  dai  Guaraní  non  separa  l’umano  dal divino…Tra  l’escludenza dell’Uno  e  la  proliferazione indifferenziata dei significati, la via indicata dai Guaraní è la via del "duplice”… “dell’uno e dell’altro insieme”…5 

 
Cosa è accaduto? Di che cataclisma si tratta?

Ragione prima dell’attuale krisis (che però ha dato vita all’etica del viandante nonché allo scenario su cui Galimberti fa calare definitivamente il sipario) è questo pensiero:

L’anima  è  in  sommo  grado  simile  a  ciò  che  è  divino, immortale, intellegibile,
indissolubile, e sempre identico a  se  medesimo,  mentre  il  corpo  è  in  sommo  grado simile   a   ciò   che   è   umano,   mortale,   multiforme, inintelligibile, dissolubile e mai identico a se medesimo.
⁶ 
E  questo,  si  badi  bene,  prima  che  il  Cristianesimo  - sostituendo  conoscenza  con 
salvezza  -  si  appropriasse dell’anima platonica.

Scrive Galimberti:

Da allora in  poi, all’insegna  di  questo  monoteismo espresso  dell’idea (che  confligge  con il  politeismo con cui le cose sensibili si presentano)… pluralità,  molteplicità e differenze sono state… rimosse...⁷

Resta intatta, per fortuna, l’origine:

Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo. ⁸
Una e la stessa è la via che sale e la via che scende. ⁹

Ecco, allora, magnificenti i corpi! Ecco, allora, la nostra pratica che non traffica con l’Idea - il Buddhismo? - ma resta prossima alla realizzazione delle molteplicità e delle differenze. E perciò dei corpi.

Non ci interessa l’Albero, ma le miriadi degli alberi coi loro profumi, forme, colori. E perciò il risveglio, per noi, non è distesa uniforme che annulla i corpi, le differenze, quanto esaltazione di queste poiché piena incarnazione del  così-com’è.  Questo  albero. Questa donna. Questa vita. Proprio ed esattamente queste.

Non  crediate  che  questo  diverga  dall’insegnamento  di Dōgen  Zenji.  Di  più,  è  la  sua  linfa  segreta  giacché allorché cade corpo-mente - shin jin datsu raku - quanto si  realizza  è  il  dimenticare  la  scorza  (il  nome,  l’ego,  il me)   per   ritrovare,   ritornare   (senza   che   nessuno-lo- sappia) all’adesso realizzato di questo!

Di cosa pensavate mai parlasse il nostro Patriarca?

E torna kairós! Potente torna il nostro peculiare modo di   procedere   sulla   grande   Via. Non leggi   astratte, precetti buoni per tutte le occasioni, formule  valide una volta  per  tutte  lontane  dal  delicato,  intimo  e  gioioso tessuto del  vivente, ma questo-che-c’è, adesso, questo a cui solo corrispondo.

Un monaco chiese a Ts’ui-wei  quale fosse il significato del buddhismo.

Rispose  Ts’ui-wei:  “Aspetta  che  non  ci  sia  nessuno vicino e te lo dirò”.

Qualche tempo dopo il monaco tornò da Ts’ui-wei e gli disse:    “Adesso    non    c’è    nessuno.   Ti    prego    di rispondermi”.

Ts’ui-wei   lo   condusse   in   giardino   e   andò   fino   al boschetto di bambù, senza parlare. Siccome il monaco continuava a non capire, alla fine Ts’ui-wei disse: “Qui c’è un bambù alto; lì ce n’è uno corto!”

Vicenza, 24 Febbraio 2024

Salvatore Shōgaku Sottile


 

¹ Umberto Galimberti, L’etica del viandante, Feltrinelli 2023, pag. 373
² Umberto Galimberti, op. cit., pag. 375
³ Ora, a questo fiore che si voglia farlo attecchire nel nostro giardino, pur essendo quello che  la  propria  linea  di  tradizione  l’ha  fatto,  interessa  poco  sapere  quanto  -  su  quelle determinate  montagne  o  splendide  valli  -  era  rigoglioso;  o  il  kosmos  rappresentato  dal nostro giardino realizza tutte le condizioni necessarie a quella esistenza, oppure il nostro fiore dovrà modificarsi per non morire. Si chiama incubazione; si chiama attecchimento; si chiama infine, dar vita ai morti. Si tratta di  Kosmoszen, il nostro manifesto d'intenti del 1997, reperibile sul nostro sito.

⁴ Keiji Nishitani, La religione e il nulla, Città Nuova 2004, pag. 230/231
⁵ Umberto Galimberti, L’etica del viandante, Feltrinelli 2023, pag. 389
⁶ Platone, Fedone, 80b.
⁷ Umberto Galimberti, op. cit, pag. 395/396 

⁸ Eraclito, I frammenti, Traduzione di Franco Trabattoni, Marcos y Marcos, Milano, 1989, pag. 39
⁹ Eraclito, I frammenti, op. cit., pag. 45 



Zen d’Occidente

Mentre mi trovavo in Sicilia qualcuna di voi mi ha suggerito l’ultimo libro di Umberto Galimberti. [1] Ho accettato l’incontro e quel che ho trovato è la conferma alla scommessa e l’ipotesi per le quali - oramai più di trent’anni fa - è nato il nostro Centro di pratica. Zen D'Occidente! Si tratta di una constatazione e di una soddisfazione. Avevamo visto giusto.

È un passaggio storico che spero tanto avvertiate. Non tanto per la novità del tema, quanto per la sua radicale definizione. Per questo oggi vi chiamo attorno al fuoco di quanti (come appunto Galimberti, proveniente dalla riflessione filosofica che sgorga dal pensiero di Emanuele Severino) oggi non possono che proferire un commiato…

L’età della tecnica ha posto fine sia all’incanto del mondo tipico dell’antichità, sia al suo disincanto tipico della modernità, perché sia l’una che l’altra ancora esprimevano i tratti dell’uomo che agiva in vista di scopi inscritti in un orizzonte di senso… L’età della tecnica ha abolito questo scenario “umanistico”, e le domande di senso che sorgono restano inevase, non perché la tecnica non è ancora abbastanza perfezionata, ma perché non rientrano nel suo programma trovare risposte a simili domande. La tecnica, infatti, non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona...[2]

Se questo è l’amaro e definitivo commiato, cosa resta?

Una sorta di “etica del viandante” che, non disponendo di mappe, affronta le difficoltà del percorso a seconda di come di volta in volta esse si presentano e con i mezzi al momento a sua disposizione… Per quanto drammatica possa sembrare la scelta, non dimentichiamo che la “decisione etica” è una decisione che fonda, senza possedere altro fondamento al di fuori di sé. In questo senso è evento assoluto e quindi realtà tragica. Non è l’assoluto pacificato dall’idea, ma l’assoluto della scelta degli eventi che si presentano. [3]

Affrancarsi dalla meta significa abbandonarsi alla corrente della vita, non più spettatori, ma naviganti e, in qualche caso, come l’Ulisse dantesco, naufraghi. A differenza del viaggiatore… il viandante sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia. Nietzsche, che del nomadismo è forse il migliore interprete, così scrive: “Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte… il senza-fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo: orsù! coraggio! vecchio cuore!”


 L’appello al cuore dice che siamo oltre i territori presieduti dal nostro Io, ma questa ulteriorità dice cose più profonde di quanto non lasci pensare l’impiego di una terminologia psicologica. Per il nostro Io vivere significa aderire a un senso, anzi “conferire senso”. Per il viandante significa cancellare ogni meta e quindi ogni visualizzazione del mondo a partire da un senso ultimo.
[4]

Il quadro che va formandosi ci è familiare. Gli ultimi passaggi di Galimberti che proporrò lo confermeranno.

Non si legga quindi il nomadismo del viandante come anarchica erranza. Il nomadismo è la delusione dei forti che rifiutano il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo nella causalità della sua innocenza non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, e dove è l’accadimento stesso, l’accadimento non inscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto, a porgere il suo senso provvisorio e perituro come provvisoria e peritura è la vita.

Se siamo disposti a rinunciare alle nostre radicate convinzioni, quando il radicamento non ha altra profondità che non sia quella della vecchia abitudine, allora il nomadismo del viandante ci offre un modello di cultura che educa perché non immobilizza, perché desitua, perché non offre mai un terreno stabile e sicuro su cui edificare le nostre costruzioni, perché l’apertura che chiede sfiora l’abisso dove non c’è nulla di rassicurante, ma dove è anche scongiurata la monotonia della ripetizione, dell’andare e riandare sulla stessa strada, con i soliti compagni di viaggio, senza nessuno da incontrare. [5]

Resta ancora un passo. Un passo, si badi bene, che non faremo poiché serva una conferma esterna al nostro vivere e praticare la grande Via. Noi non abbiamo avuto dubbi quando abbiamo cominciato a sedere. Ritornare al silenzio di corpo-mente-cuore senza aggiungere nulla ci è da subito apparso il miglior modo di rigettare quella espressione del dominio di una “volontà”: la volontà di Dio…[6], stazione di partenza a partire dalla quale oggi Galimberti può proclamare la sua etica del viandante [7].

Questo è il passo: Nella tradizione il termine “trascendenza” ha un senso escatologico, e quindi religioso, che il viandante non ospita. La sua trascendenza, infatti, è, come ribadisce Jaspers, all’interno dell’immanenza…, e ciò significa proiettarsi non in “nuovi cieli e in nuove terre”, ma qui su questa Terra che è l’unica che il viandante percorre, perché è l’unica concessa all’uomo. [8]

Dove quel che ci interessa è il richiamo all’immanenza:
Ora, questo campo della vacuità può aprirsi nel sé quando il sé è veramente nella sua terra natia. Questo campo sta nella terra natia del sé. È proprio sotto i suoi piedi, direttamente a portata di mano. Il radicamento della possibilità del mondo e dell’esistenza delle cose,
ossia il luogo in cui si fondano il mondo e l’esistenza delle cose, si può dire che stia nella terra natia di ciascun uomo, sotto i suoi piedi e a portata di mano.
[9]

Giunti qui resta un dubbio. C’è qualcosa che viene lasciato sullo sfondo, qualcosa intravisto allorché l’etica del viandante vien detta drammatica. Chiediamo: che
abitare è questo abitare il mondo nella causalità della sua innocenza? Meglio: che carattere ha questa causalità e questa innocenza?

L’abitare il mondo, per noi, ha il carattere dell’Aperto, dove ogni cosa è se stessa pur scivolando dolcemente
nell’interdipendenza con tutte le altre, nessuna esclusa, da cui il primigenio ecologismo di questo abitare.

Nella misura in cui l’essere del sé è presente nella terra natia di tutte le cose, il sé non è il sé… Questa è la consapevolezza sorgiva. [10]

In questo andare, in questo stare, in questa consapevolezza sorgiva non c’è spazio per alcuna rappresentazione drammatica. Giocare gioiosamente in
questo samadhi
, come dice Dōgen Zenji. Forse è qui che abbandoniamo la riflessione di Galimberti, peraltro fruttuosa e coraggiosa.

A questo punto possiamo affiancare ogni viandante, pur se con il nostro carattere: andiamo a mani vuote per la grande Via nella terra di sunyata, la santa vacuità,
nell’adesso con spirito mushotoku. [11]

Una cosa è certa: Buddha non ha più gli occhi a mandorla!

Vicenza, 17 Febbraio 2024 

Salvatore Shōgaku Sottile


[1] Umberto Galimberti, L’etica del viandante, Feltrinelli 2023
[2] Umberto Galimberti, op. cit. pagg.27-28

[3] Umberto Galimberti, op. cit. pag.38 
[4] Umberto Galimberti, op. cit. pagg.41-42  

[5] Umberto Galimberti, op. cit. pagg.42-43
[6] Umberto Galimberti, op. cit. pag.331
[7] All’ordine “cosmologico”… quale era stato concepito dalla cultura greca, la cultura giudaico-cristiana sostituisce un ordine “antropocentrico”, in cui la natura è risolta in puro materiale da utilizzare… Umberto Galimberti, op. cit. pag.333 Si veda Genesi, 1, 26
[8]  Umberto Galimberti, op. cit. pagg.55-56
[9] Keiji Nishitani, La religione e il nulla, Città Nuova 2004, pag. 207
[10] Keiji Nishitani, La religione e il nulla, Città Nuova 2004, pag. 206
[1]1 Mushotoku: senza scopo né spirito di profitto.



 Mancare il punto

Quello che, a volte, succede nel sangha mi tocca tanto da attraversarmi da parte a parte, come la lama di una spada. Quanta inutile sofferenza (che inutile certo non è). [1]

Del resto, non è una novità. In questi anni mi avete spesso sentito dire: il nostro è un camminare fra i rovi. Così può accadere che ci sia chi si ferisca significativamente.

Dal mondo della cecità (per ragioni impossibili da comprendere senza misticheggiare) a volte capita di ritrovarsi in un sangha. E all’inizio ci esaltiamo. Tutto ci sembra perfetto. Si profila un altro mondo... Un altro modo...

Ma il mondo di prima non è scomparso poiché ne siamo impregnati come una spugna nell’acqua. Così, senza saperlo, senza volerlo, senza vederlo cominciamo a riprodurre sofferenza. 

La maniera più comune di farlo è quella di caricare sulla figura del maestro [2] aspettative e desideri. Il maestro dovrà sciogliere i nodi che mi legano, altrimenti non è un maestro. È così che pensiamo. Non sapendo ancora che il compito più importante del maestro è sottrarsi.

So bene quanto questo provochi sconcerto e resistenze. È talmente controintuitivo da sembrare pura cattiveria. Ma come, io affogo e tu ti sottrai? 

Accade così perché quanto in questa fase il discepolo trasferisce sul maestro è la sua illusione; sostenerla significherebbe rafforzarla, producendo - stavolta sì - un comportamento inaccettabile. A veleno s’aggiungerebbe veleno. Con l’aggravante d’aver dato fondamento alla dipendenza dell’uno verso l’altro. 

Non è questo… Non è così che pratichiamo. Liberi, ricordate? Felici, ricordate? Forti e quieti, ricordate? Vasti...

Anche perché sottrarsi non è non esserci. Sottrarsi non confligge con quanto ripetuto altrove (questa estate, per esempio, ho detto così: allorché siete in difficoltà, incontrare il maestro), giacché incontrare alla nostra maniera è trovare uno specchio che rimanda al mittente  l’illusione prodotta. E perciò è, nuovamente, sottrarsi.

Altrimenti, come mostrare la mente illusa che parla di amore laddove c’è soltanto attaccamento? Sottrarsi, infine e significativamente, è stimolare la ricerca di quel punto raggiunto il quale lo spirito (di maestro e discepolo) non è più diviso. E questa non divisione è quanto di meglio possa auspicare il discepolo. Solo qui, difatti, accade il riconoscimento che non c’è mai stato alcun discepolo né maestro, ma solo vita risvegliata che fermenta. Ecco l’amore!

Far mancare la presa… Se dapprincipio v’è un totale disequilibrio, può però essere uno choc provvidenziale. Da qui in avanti il discepolo potrà rimodulare completamente le sue aspettative nei confronti della pratica. E sarà, forse per la prima volta, compresa e realizzata la nostra fortunata sentenza: Come alberi stiamo in piedi da soli, e come alberi godiamo di essere foresta! [3] 

In tutto questo, ferite e gioie, il maestro osserva in silenzio augurandosi che nel traghettamento non vi facciate troppo male. Tifa per voi, ma resiste alla tentazione di abbracciarvi fino a che non sarete al sicuro. E quando, infine, lo sarete, l’abbraccio non sarà più necessario poiché è già avvenuto in segreto, in silenzio, nell’abbraccio di entrambi - maestro e discepolo - per Buddha. 

Infine - e a meno che frattanto il rancore e l’incomprensione non abbiano avuto il sopravvento - sarà una nuova vita e una nuova pratica.

In questa fase, vi prego, è essenziale aver chiaro che il drago che vi ha atterrato e lo stesso che vi porta oltre, laddove non c’è più conflitto.

Altrimenti… Altrimenti si abbandona. Non c’è da disperare. Si è semplicemente mancato il punto. E, necessariamente, prima o poi, occorrerà ripartire proprio da lì.

Vicenza, 27 Gennaio 2024

Salvatore Shōgaku Sottile


 

[1] E qui bisognerebbe ricominciare daccapo. Interrogando la necessità di quella sofferenza. È questo il limite strutturale ed ineludibile dello scrivere. Si perdono le sfumature. Sfumature che, molto spesso, sono essenziali.
[2] E, anche qui, sul nesso maestro-discepolo, quanto imbarazzo. Il fatto è che l’orizzonte è troppo vasto per essere contenuto in qualche riga. Ne ho parlato spesso. Nel caso specifico valga Il maestro invisibile, rinvenibile anche sul sito alla home. 
[3] Andate a guardarvi la home del nostro sito web. 


A proposito di volontà di potenza

Oggi  mi  sono  imbattuto  in  questo  articolo:  Nel  sesso serve intelligenza. Artificiale. ¹ Si tratta di un sito web dove l’IA  risponde   ad   ogni   quesito   erotico   senza censure…

A  rendere  il  tutto  estremamente  comico,  la  sex  coach tedesca Mariah Freya ne racconta così la genesi: offrire strumenti per migliorare il benessere sessuale… fisico, mentale, emotivo e sociale.

Ora, il motivo per cui ne parlo è un buon motivo anche per noi. Dacché quel che la signora Mariah dice è che offre strumenti; ovverosia offre una  tecnica. Ma anche quanti, ormai sparsi in ogniddove per l’orbe terracqueo, si   affannano per questo e  per   quello   offrono   una tecnica;  addirittura  ho  il  sospetto  che  anche  qualche insegnante Zen stia offrendo zazen come una tecnica… Vale  a  dire,  insomma,  una  procedura  per  la  quale  e attuata   la quale, presumibilmente   e   verosimilmente dovrebbero ottenersi certi risultati. Risultati che - ops! - ci   farebbero   diventare   altro   da   come   pensiamo   di essere.

È una storia antica. Addirittura delle origini di quanto si chiama civiltà occidentale. Cioè di noi.

Il  variare  del  mondo  è  sin  da  principio  interpretato come appunto un “diventar altro” non soltanto da parte della creta che diventa brocca, ma anche da parte del cielo,  degli  uomini,  dei mortali,  dei  divini,  della  terra: tutto è un “diventar altro”. ²

Ribaltando allegramente il tavolo, com’è nostro uso, noi ci ostiniamo a vivere all’incontrario.

Né  una  volta  era,  né  sarà,  perché  è  ora  insieme  tutto quanto.  Dōgen?  no.  Parmenide  nel  suo  Poema  sulla natura.

Da qui in avanti la strada è in discesa per raggiungere il fondamento  malato,  putrescente    e  oramai  del  tutto inavvertito - putrescente proprio perché inavvertito - di questo profluvio pensare a strumenti e tecniche.

Per mondo si intende infatti ciò che, diventando altro, può essere in qualche modo dominato e, per dominare qualcosa,  è  necessario  che  non  sia  un  monolite:  è necessario  che  sia  franto, che  sia spezzato,  che  sia diviso… Solo la parte  è  dominabile. Quest’atteggiamento che vede la condizione del mondo nella frantumazione,  nello squartamento del  dio,  è  in consonanza  con  la  volontà  di  potenza  che  definisce l’uomo, che definisce  il  mortale:  per  essere  potenti bisogna  aver  che  fare  con  parti  separate 
le  une  delle altre. ³


Eccola    la    ragione    profonda    di esistenza    delle innumerevoli  signora  Mariah  Freya.  Ed  ecco,  anche,  il fiume    carsico dell’Occidente: la dominazione, la
potenza. ⁴

Esattamente  a  questo  voltiamo  le  spalle  ogniqualvolta non  chiediamo  alcunché  alla  nostra  vita-pratica  nel dharma;  questa  la  nostra  forza  tranquilla che  abita  il tutto   indiviso; questa la pace. Non   c’è   parte   da rincollare  a  parte.  Non c’è  l’angoscia  del  tempo, che diverrebbe necessario nel diventar-altro ⁵. Non c’è più il demone poiché convertito ⁶.

Questo   fare,   che   forse   è   meglio   dire   non-fare,   è, esattamente,  vita  e  opera  di  Dōgen.  Partire  dal  tutto- che-vive.  E,  piuttosto  che  restare  a  contemplare  la singola tessera del mosaico, muovetevi dal  mosaico intero. Lì, da lì, qui, qualunque cosa operiate, qualunque pratica pratichiate, avrà sempre riflessi a cascata sul tutto, senza toccare niente. Senza cambiare niente. È per questo che il nostro sedere - zazen - non chiede  niente;  il  mosaico  sa  cosa  fare,  mosaico  che,  a volte, chiamiamo Buddha.

È così perché quel tutto-che-tiene è un tutto, appunto, e non  schegge  impazzite  che  vagano  solitarie.  Così,  se soffrite  d’insonnia  o  se  i  demoni  amano  farvi  visita, affidatevi al quadro d’insieme, a Buddha, abbandonando ogni   specificità.   Così,  senza saperlo, ogni cosa è abbandonata alla rete che tiene, rete che,  sola,  può intervenire sulle sconnessure
del mosaico.

Non credetemi sulla parola e, vi prego, fate   un esperimento con me.   
Affidatevi   al   respiro.   Adesso, abitate  il  respiro.  Non  come  -  ancora  una  volta  - 
una tecnica. Siate vasti. Esperite da voi stessi. Lentamente. Chiudete  gli  occhi.  Inspirate.  Espirate.  Non  c’è  fretta. Espirate.  Inspirate.  La  mente  tace!  È  quanto  attesta inspiro-espiro:  che  questo inspiro,  questo  espiro,    è tutto-quello-che-c’è, e che non c’è altro, che non c’è un oltre. E quando non verrà più un nuovo inspiro, anche allora, questo sarà
tutto-quello-che-c’è. ⁷

L’ignoranza  originaria  da  cui  parte  Śākyamuni  è  tutta qui: non vedere come l’idea del diventar-altro (e perciò il tempo, il sogno, il sì ed il no, illusione/illuminazione) sia   il   gioco   della   mente   illusa   che,   costantemente delirando,  così  produce  dukka,  l’universale  sofferenza, l’universale attaccamento...

La diagnosi  di  partenza  è  perciò  sempre  la stessa: Il dolore che rende folli dev’essere  cacciato  dalla  mente con verità. ⁸
Śākyamuni? No, Eschilo! 

Vicenza, 23 Gennaio 2024

Salvatore Shōgaku Sottile


 ¹ Il Venerdì di Repubblica del 19 Gennaio 2024, pag. 66
² Emanuele Severino, Volontà, destino, linguaggio, Rosenberg & Sellier, 2010, pagg. 15-16

³ Emanuele Severino, Volontà, destino, linguaggio, Rosenberg & Sellier, 2010, pag. 16
⁴ E qui, per quanto scurrile, un detto siciliano: cummannare è megghiu che futtere.
La legna diventa cenere e non torna ad essere legna. Ciononostante non si deve pensare che la cenere sia il dopo e la legna il prima. O anche: Il pesce nuota nell’acqua, e se nuota non c’è limite  all’acqua; l’uccello vola nel cielo, e per quanto voli non c’è limite al cielo… Rinvenibile nel nostro A mani vuote, Conversazioni sullo Shōbōghenzō Genjōkōan di Dōgen Zenji, 2015.
⁶ Essendo il demone esattamente la parte, nel tutto-che-vive non ce la fa a sopravvivere. 

Quando c’è vita, è tutto vita. Quando c’è morte, è tutto morte. Dōgen.
⁸ Eschilo. Agamennone, Inno a Zeus 



Itaca

Martedì scorso, alla fine della pratica vi ho letto una poesia di Kavafis, Itaca, che troverete in fondo a queste righe. Racconta molto della nostra pratica. Racconta addirittura l’essenziale.

Il viaggio è quel che conta, certo, come poeticamente argomenta Kavafis; ma si tratta di un viaggio, si tratta di una vita, ai quali non manca e non è mai mancato niente. Neppure Itaca.

Torna Il primo passo è anche l’ultimo (Krisnamurti) e tornano quei moniti consueti nel nostro andare per la grande Via: Non muovetevi! Mente immobile! Natura di Buddha!

 È qui l’essenziale: deposto il demone del progetto, vien subito meno la dislocazione temporale che le sarebbe stata necessaria. E se è così, se accade questo, tutto è qui. Fine d’ogni alterità. Dualità, bye bye!

Non so se lo vedete. Ma se Itaca - o Buddha - abita il nostro cuore in origine come è naturale che sia, il viaggio/vita non potrà che essere uno svelamento piuttosto che un’acquisizione. Eccola la mente che mente (Osho). Ecco la pratica!

A questo punto, qualunque sia il nostro viaggio, comunque si snodi la nostra vita, non ci sarà mai guadagno né perdita, poiché tutto quello che ci serviva, l’essenziale appunto, non lo abbiamo trovato in un altrove né può essere perduto. Ecco la pace!

Se, difatti, veramente tutto è qui, non sarà più possibile discriminare o scegliere. Ed ecco che la cosiddetta vita ordinaria si fa santa. Risveglio. Lavarsi la faccia al mattino o sedere in zazen vivranno della medesima potenza, poiché manifestanti, sia l’uno che l’altro, il tutto che è qui!

Se questo tutto che è qui! - il tutto che vive - è veramente tutto, non vi sarà alcun bordo oltre il quale affacciarsi in cerca di altro. E se è così, se veramente è così, tutto quello che c’è, qui, è inspiro ed espiro. Ad ogni inspiro ed espiro tutto il tempo, tutte le esistenze, tutta la vita, tutta la morte, pulsano presenti. Adesso! Ecco l’Aperto!

Non si può fuggire. Giacché il me neanche onestamente desiderandolo [1] potrebbe esperire cos’è il tutto che è qui! Si tratta, allora, come è, di un cambio di paradigma. Sediamo. Questo è il cambio di paradigma! Sediamo una vita in zazen per niente proprio perché questo così avviene. E si tratta di una cattiva notizia solo per la mente illusa.

Eccola la rivoluzionaria pratica dello Zen di Dōgen Zenji!

Cosa resta? Non muovetevi

Vicenza, 18 Gennaio 2024 

Salvatore Shōgaku Sottile


 [1] Ed ecco chiarito, si spera una volta per tutte, perché non ci interessa la buona volontà o la brava persona... 

___________________________
ITACA 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere di incontri se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, nè nell’irato Nettuno incapperai se non li porti dentro se l’anima non te li mette contro. 
Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti - finalmente e con che gioia - toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti. Sempre devi avere in mente Itaca - raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. 



Alchimia, non conflitto

Nel  cammino  per  la  grande  Via  serve  una  precisa attitudine - si può dire anche postura - senza la quale si fraintende  il  dharma  e  si  corre  dritto  in  bocca  ai demoni.

Ne  abbiamo  parlato  alla  fine  della  pratica  formale, giovedì  scorso,  laddove  ho  riportato vivo  e  presente nello zendo il mio amato maestro di Aikido, Giampietro Savegnago,  sottolineando     quanta     vicinanza     ho riscontrato tra quell’attitudine e postura con le nostre.

Attitudine.  Postura.  Vale  a  dire  come  attraversiamo  il vivere, come attraversiamo, cioè, il  samsāra. In ultima istanza, come ce la caviamo con quel pervicace riflesso condizionato  della  mente  illusa  nel  suo  continuamente proporci  la  dualità.    Questo-quello,  alto-basso,  santo- peccatore, buono-cattivo…

Non che ci sia alcunché di sbagliato nel procedere della mente  illusa;  come  ogni  altro  essere, la  mente  illusa pratica    la    sua    propria    pratica    ¹,    vale    a    dire
continuamente  produrre  illusioni;  purtuttavia,  occorre sapere   come   stare   di   lato,   per  dir   così,   lasciando passare.

Questo stare di lato, essenzialmente è stare prima!

Questa  e-sistenza,  pur  sempre  nel  tempo,  è  sempre all'inizio  del  tempo.  Sebbene  sia  una vita  nata  dai genitori, è tuttavia “prima che i genitori siano nati”… E questo  inizio  si 
svela  proprio  là  dove,  e  nell’attimo  in cui, il corpo-mente cade. ²


Questa   è   l’alchimia.   Sebbene…   tuttavia…   il   corpo- mente  cade.  E  si  potrebbe  anche  finire  qui.  Giacché, qui,  questo,  altro  non  è  che  il  nostro  sedere.  Zazen. Pratica
quotidiana. Vita ordinaria. Laddove accogliamo  tutto,  nell’Aperto  che  siamo  -  il  corpo-mente  cade  -, trasfigurandolo,  passandolo  al  setaccio  del  silenzio  e dell’immobilità di questo corpo-mente caduti!

In  tal  modo  esaurita  la  paura,  cessa  ogni  ragione  di aspettative  e  progetti  che  avrebbero  dovuto  sanare quella paura. Eccoci nella gioia, forti e quieti, a bere il vento sul pianoro. Da ogni parte… Vastità!

questa e-sistenza si distacca dal samsāra proprio nel bel mezzo all’esistenza samsārica. Essa si
tiene lontana dalla sua nascita-morte perché, ad ogni occasione, sta continuamente  all’inizio, 
dove  quel  tempo  viene  alla pienezza del tempo, all’inizio del tempo stesso. ³


Buona alchimia. 


Vicenza, 7 Gennaio 2024

Salvatore Shōgaku Sottile

 

¹ Andate a rileggervi il teisho Una falla nel cosmo del 1 Gennaio scorso
² In Keiji Nishitani ovvero sul cavar sangue (di dharma) dalla rapa filosofica,  nostra nuova pubblicazione, pagg. 54/55 

³  In Keiji Nishitani ovvero sul cavar sangue (di dharma) dal 

la rapa filosofica,  nostra nuova pubblicazione, pag. 55

Una falla nel cosmo 

Dedicato all’ultima principiante del duemilaventitré 


Alla fine… Alla fine anche il mal di gambe pratica zazen. Insieme a tutto il resto.

Ecco, questo mal di gambe e questo insieme sono un buon modo di parlare della nostra pratica in questo primo giorno dell’anno.

Se il mal di gambe non praticasse la sua propria pratica, ci sarebbe una falla nel cosmo e le costellazioni franerebbero. Praticare la propria pratica non è altro che essere se stessi. Così il mal di gambe si esprime semplicemente come pratica del mal di gambe. Tutto qui.

Ma poi arriva l’insieme. Come a dire la luminaria di ogni cosa nel cosmo che pratica esattamente questo, che pratica esattamente così. Pratica esattamente la propria pratica. È semplicemente se stessa.

Sedere in zazen (kekkafuza) è corpo retto, spirito retto, corpo e spirito retto. È il retto Buddha e il retto Patriarca, è la retta pratica del risveglio verificato, è il vertice, è la vita. (Dōgen Zenji)

Ed ecco che si può dire così: L’universo non è altro che un’unica perla brillante!

Se intendiamo in tal modo non tarderemo a capire quel che ripeto da tempo: la nostra pratica/concentrazione non è di tipo immersivo quanto e piuttosto di tipo espansivo. Anche perché, pur praticando la profondità, quel che si incontrerà una volta andati in immersione non sarà altro che il pianoro dell’Aperto! La santa Vacuità! Sunyata!

È quel che succede a partire dalla pratica del mal di gambe (o dei precetti, del respiro, di questo o di quello…)… Praticare veramente se stessi, difatti, non è (solo) praticare se stessi, in quanto la gioia e la pratica del se stessi è aprirsi ad ogni altro se stesso, trattandosi della medesima materia. E, di nuovo, l’insieme, l’Aperto, l’andar oltre ogni recinto o barriera.

Gyātē gyātē. Hārā gyātei. Hārā sō gyātē... Andare al di là, al di là dell’aldilà… Come recita il mantra del nostro amato Sutra del Cuore.

Non qualche possibilità ma tutte le possibilità!

Fedeli, anche in questo, a Bodhidharma ed al Ch’an:

Imperatore Wu: … parlami della sacra dottrina…

Bodhidharma: Niente di sacro. Vastità.

Vicenza, 1 Gennaio 2024 

Salvatore Shōgaku Sottile 



Il drago, ecco...

A Eihei-ji, ogni sera gli spiriti del drago venivano a chiedere i precetti o a supplicare di essere inclusi nelle dediche quotidiane di merito offerte dall’assemblea… [1]

Leggendo così, nella quiete profonda della montagna buia, in un lampo appare tutto chiaro… Tutto chiaro da sempre quel che, da sempre, è la pietra d’inciampo di chi percorre la grande Via: che cos’è e che farne del karma? Come si srotola, nel nostro cammino, la legge di causa-effetto?

Tutti i nostri Patriarchi si sono confrontati con la questione. E Dōgen, rilanciando la non-dualità e la santa Vacuità di Nāgārjuna, ha sostenuto così: … Sin dal principio vita e morte non interferiscono l’una con l’altra. Cattivo comportamento e felicità sono ambedue vuote, senza un luogo dove dimorare. [2]

Visto così, io ora domando: chi sono questi esseri che bussano per chiedere di salvarsi? Il drago, chi è? Dov’è?

E qui è conveniente prendere fiato. Respirate, quieti.

Se il drago, gli esseri a cui il nostro voto ci chiama -salvare tutti gli esseri -, fossero là, nel mondo, fuori di noi, la nostra Via sarebbe un imbroglio. Cosa che non è giacché la nostra, come sapete, è pratica non-duale con tutto-quel-che-c’è. Occorre, perciò, dimenticarsi… Ricordate il nostro Patriarca? Ricordate cosa ci dice?

Inverare le cose mettendo avanti se stesso: questo è l’illusione; partendo dalle cose inverare se stesso: questo è il risveglio…

Studiare la Via del Buddha è studiare se stesso. Studiare se stesso è dimenticare se stesso. Dimenticare se stesso è essere inverato da tutte le cose. Essere inverato da tutte le cose è libertà nell’abbandonare corpo e spirito di se stesso e corpo e spirito altrui. È risveglio che riposa da ogni traccia di se stesso, è risveglio che perpetua il non lasciare traccia di se stesso. [3]


Visto così, io ora domando: chi sono questi esseri che bussano per chiedere di salvarsi? Il drago, chi è? Dov’è?


Ebbene... Noi siamo quegli esseri; noi siamo quel drago; noi chiediamo i precetti o di essere inclusi nelle dediche di merito offerte… Proprio noi che, insieme, siamo l’assemblea che li offre.

Insieme. Insieme offriamo insieme riceviamo. Se non c’è il me/noi, se veramente mi sono dimenticato, offrire e ricevere è un unico gesto, inconosciuto e potente.

Pure, fate attenzione: non è il me che offre e non è il me che riceve. Piuttosto, oceano che gioiosamente spruzza acqua in faccia all’oceano… Ah, che meraviglia!

Riuscite a vedere, riuscite a sentire, il formidabile corto circuito? Riuscite a vedere, riuscite a sentire, il drago che siete e che chiede in voi? Riuscite a vedere, riuscite a sentire, quanto siamo vasti?

In zazen le moltitudini di esistenze che ci abitano si fanno vivide, tra cui - spicchio tra spicchi - , quel che chiamiamo io. Non siamo altro che il terminale senza inizio né fine di spinte, tendenze, sofferenze, gioie a cui è quasi inadeguato dare il nome di moltitudini.

Accade esattamente come quando, di notte, su un pianoro accendete un fuoco. Acceso, non c’è luogo in cui la luce non vada; alto, basso, avanti, indietro… E così è con le esistenze: nell’intero universo non c’è luogo da cui, nell’adesso del nostro lasciar andare corpo e mente - shin jin datsu raku - , le esistenze non si tuffino in quel passaggio offerto dalla mudra delle mani di chi - sconosciuto a se stesso - siede in shikantaza. E lì silenziose chiedono di essere salvate. [4]

Ma senza l’offerta, senza aver messo in campo nella nostra vita - adesso - la possibilità stessa dell’offerta, ovverosia andare quieti e forti per la grande Via, quelle moltitudini sarebbero ora spiriti affamati. Ecco cosa sono gli spiriti affamati, i demoni, ed ecco come si sana ogni ferita. E adesso, solo adesso, capisco perché da anni predico di convertire i propri demoni portandoseli in zazen.

Non è pacifico sentire così. Eppure il boato è fragoroso e la carne trema…

Non c’è niente, là fuori, non c’è niente che non pulsi al ritmo del silenzio del nostro sedere. Illusione e risveglio si conoscono e convivono, mano nella mano [5], nel cammino. Non c’è da averne paura.

Acqua e sabbia. È come filtrare acqua e sabbia. Zazen dopo zazen. Sesshin appresso a sesshin. Giorno per giorno. Acqua e sabbia si conoscono. Acqua e sabbia convivono. E noi filtriamo...

Vicenza, 18 Dicembre 2023

Salvatore Shōgaku Sottile


[1] In Dōgen di Steven Heine, Ubiliber 2023, pag. 171
[2] Raccolta estesa dei discorsi di Dōgen, volume 5, discorso 391
[3] Dōgen, Shoboghenzo Ghenjokoan, nella versione di Divenire l’essere, EDB 1997, pagg. 17/18.
[4] Definitivamente deponete le armi del dualismo. Questa luce non è l’altra faccia dell’oscuro, ma tutto-quel-che-c’è. E tutto-quel-che-c’è è questo, totale e senza sbavi. Avrei potuto parlare dell’oscurità, sul pianoro, e non sarebbe cambiato niente.
[5] Mi sovviene, per la potente bellezza e l’infinita dolcezza, quel che dice Parmenide: … Benigna m’accolse la Dea, con la mano mi prese la mano...


Buon anno al Sangha

Amare il dharma per il dharma
e la vita per la vita.
A prescindere.

Qualcuna di voi ricorderà di aver ricevuto questo monito in occasione della trasmissione del Kesa. Così che, qualora dubitasse, le basterebbe rivoltare la busta e… Rinsavire. Giacché proprio di uscire dalla follia si tratta. La follia della mente illusa che non fa altro che fantasticare.

In quel monito riecheggiano temi sempre attuali per quanti praticano la grande Via, temi che, oggi, come personale augurio per voi in questo tempo che viene, discuterei così.

Non c’è alcun dharma che non sia anche vita o vita che non sia anche dharma, per noi che abbiamo immeritatamente ricevuto il dono di incontrare Buddha, vivendo. E che si dica dharma, che si dica vita, non c’è modo di uscire da qui, nel senso che - se di dharma si tratta - è tutto dharma; e nella vita, tutto vita. Pensare sia possibile starsene alla finestra a guardare è quanto solitamente fa la mente illusa che, difatti, nella vita s’immagina un’altra vita… Da qui la follia…

Ma il punto che importa, la pietra rovente, l’inciampo che salva… Non correte, non date per capito… Vi assicuro che è questione di vita o di morte... L’inciampo che salva è quanto va incontro alla persistente follia e amorevolmente le dice così: a prescindere!

A prescindere dal fatto che quel dharma-vita-Buddha contraccambi, se mai fosse possibile azzardare una scempiaggine del genere; a prescindere dal fatto che sia una vita felice, in salute, rigogliosa. Senza questo, in mancanza di questa composta chiarezza, che renderebbe definitivamente inutile ogni a prescindere,
si sarà sempre sbilanciati e deboli. Sempre sul punto di cadere.

Non vedere come ogni cosa si compia nel cerchio perfetto dell’amare (il dharma per il dharma, l’albero per l’albero, la vita per la vita, il dolore per il dolore…) senza mai uscire da sé, espone a non comprendere perché si pratica la grande Via.

Questo amare, questo amore, non è l’altro dell’odio, non sta perciò nella dualità ma, esattamente, è tutto quel che incontro. Un incontro che abbraccia, non esclude e non rigetta mai nulla. Tutto quel che incontri è la tua vita, mi disse il mio maestro agli esordi dell’addestramento. Fu un cazzotto allo stomaco, che non ho più dimenticato. Perciò, questo amare, questo amore è l’incontro indiviso, non duale, nella contrada della Vastità [1]. E torna l’Aperto! Torna sempre...

Amare in-funzione-di, invece, amare cioè a patto che mi si ami o che la vita proceda senza inciampi e-come-la-voglio-io, è vendere-e-comprare, e perciò purissima dukka, sofferenza. Poiché amare è dono, fuse. A prescindere, appunto.

Attendersi, auspicare, chiedere - così come accade solitamente nel mondo - che il dharma-vita, ovvero Buddha, consapevolmente risponda all’amare è mettere in scena in terra l’inferno, poiché a quel punto si sarà in due, io e il dharma, io e la vita, io e Buddha, e perciò stesso nuovamente e disperatamente persi nel samsara.

Visto così, se vi capita di provare amore per il dharma-vita-Buddha, quel che troverete è che è tutto qui, conchiuso, senza sbavi e senza alcunché che manchi.

Mi azzardo, felicemente imito l’irriverente passo del nostro Patriarca: Non è che sia il dharma, non è che sia la vita, spiegarlo è arduo, addestrarsi no… [2]

Guardate bene. Guardate bene. Nel silenzio, guardate bene. È tutto perfetto in questo amare andata e ritorno; eccolo qui l’amato dharma, eccola qui l’amata vita, eccolo qui l’amato Buddha; e facendo così ecco il miracolo…

Il miracolo…

Il miracolo è che si permette al mondo, al dharma, alla vita, a Buddha - e per ciò stesso a noi stessi - di venire alla luce… Non c’erano, un attimo prima.

Vicenza, 12 Dicembre 2023

Salvatore Shōgaku Sottile



[1] L’imperatore Wū a Bodhidharma: parlami della sacra dottrina. E Bodhidharma: niente di sacro. Vastità!

[2] Riprendo, col sorriso sulle labbra, gli stilemi di Dōgen con i quali ci siamo intrattenuti alla sesshin appena conclusasi: La mente stessa è Buddha. Addestrarsi è arduo spiegarlo no. Non è che sia la mente, non è che sia il Buddha. Spiegarlo è arduo, addestrarsi no. Il tutto rinvenibile nel teisho Patchwork.


Succede così.

Succede così. Succede come a chi, volendo accendere un fuoco, versa acqua sulla catasta.
Succede, è successo a quanti negli ultimi anni hanno lasciato e abbandonato la pratica.
Si tratta dell’ostacolo più insidioso, ma anche del più ovvio e, direi, del più semplice; non riuscire a vedere che è proprio il me la fucina in cui si fabbrica dukka, la sofferenza.
Pure, non è veramente possibile che l’alchimia accada, che si acceda nell’Aperto, portandosi sulle spalle il cadavere di se stessi, il soggetto comunemente inteso, questo bozzolo psicologico-culturale che nasce nell’istante in cui, per la prima volta, magari davanti ad uno specchio e con l’indice puntato verso il riflesso, abbiamo detto: io!
Niente da dire su quel  dire, semplicemente necessario. Non c’è mai, nemmeno per errore,  infantilismo nella nostra pratica. Nessuna nostalgia da paffutelli. La questione è un’altra, ben più corposa, ed è adesso, qui, in questo samadhi. Nascita-morte la chiama Dōgen. Fare decisi il passo, e... E cosa? 
Lasciar cadere il me, abbandonare in qualche vicolo l’ossessione per se stessi, non implica scomparire nel cosmo; sprofondare negli abissi; evaporare in una bolla. Lasciar cadere il me è - semplicemente e nient’altro - vedere l’illusione in quanto illusione, sorridendo. Continueremo ad avere la stessa faccia di prima e, magari e purtroppo, il medesimo pessimo carattere; ma non crederemo più alla narrazione di noi stessi a noi stessi.
Fatto così, si aprirà un’altra vita pur non essendoci mai mossi da qui, un orizzonte di libertà. A portata di mano tutte le possibilità invece di una soltanto. Gioia. 
Gioco appresso a gioco, zazen di seguito a zazen, mente quieta ed immobile, lo scollamento procederà deciso e… E cosa? Non si può dire. Si può però fare.
Giocare gioiosamente in questo samadhi - Jijuyū zammai - così Dōgen chiama l’Aperto.  Partendo dalla constatazione, dal vedere, che il samadhi è questo, è qui, è già e da sempre in nostra attesa. Dopodiché, visto così, non resta altro che praticare questo vivere.
Chi non ce l’ha fatta è rimasto/a sepolto/a dalle macerie di se stesso/a - una sorda e cupa paura di perdersi accompagnata da una non modesta dose di superbia - non vedendo che è il me che è e che ha paura. 
Perciò, nuovamente: succede come a chi, volendo accendere un fuoco, versa acqua sulla catasta. 
Chiesero a Bodhidharma chi fosse.  Non lo conosco, fu la risposta. L’unica possibile.

Vicenza, 31 ottobre 2023

Salvatore Shōgaku Sottile

Finché sarà così...
Finché, in un balzo, non usciremo dal sogno; finché
ameremo restare in compagnia della mente illusa, al
calduccio del me/io, parleremo d'amore ma sarà
attaccamento; parleremo di compassione ma sarà pietà;
parleremo di equanimità ma sarà indifferenza.
Amore. Compassione. Equanimità. È da qui che bisogna
passare.
Vogliamo che ci siano sempre altre cose dentro noi
stessi oltre al semplice noi stessi. (1)
E facendo così finiamo col non vedere quel che c'è.
Diciamo: Ah, quanto amo questa persona! Quanto amo
queste cose!
Appunto, altre cose dentro di noi; e se son cose, se è
così, non potrò impedirmi di volerle per me, così come
piace a me. Ecco l'attaccamento!
Ma, silenziosi, guardate ora quel noi stessi (che non è
noi stessi ma l'Aperto) e quel che troverete è già amore.
Amore che non tocca niente, che respira e lascia tutto
così com'è. Ecco l'amore!
Diciamo: Oh, poveretto! Sta soffrendo!
Appunto, altre cose dentro di noi; stavolta l'altro, unodiverso-
da-me-che-mi-sta-di-fronte. Ecco la pietà!
Ma, silenziosi, guardate ora quel noi stessi (che non è
noi stessi ma l'Aperto) e quel che troverete è già
compassione. Non c'è mai stato nessuno là fuori che mi
guarda, per la semplice ragione che la trama fine della
vita non è divisibile. La rete di Indra. (2)
Ogni cosa che incontri è la tua vita, diceva il mio
maestro. Ecco la compassione!
Diciamo: Ah, questa cosa non mi interessa. Davvero,
non provo alcun attaccamento!
Appunto, altre cose dentro di noi; cose a cui possa
decidere di volgere le spalle. E quanto mi è venuto
incontro e avrebbe fermentato la mia vita, è sfumato.
Ecco l'indifferenza!
Ma, silenziosi, guardate ora quel noi stessi (che non è
noi stessi ma l'Aperto) e quel che troverete è già
equanimità. Intreccio. Katto, la chiama Dōgen. È come
l'amore e la compassione, non rimuove mai niente e dà
luce a tutto. Ecco l'equanimità!

Vicenza, 8 Ottobre 2023

Salvatore Shōgaku Sottile


(1) Thich Nhat Hanh, Soffrire non basta, in Buddhismo impegnato, Neri Pozza, 1999, pag.
15
(2) L’universo è come un’enorme rete che si estende all’infinito in ogni direzione, la rete
di Indra, per includere ogni aspetto dell’esistenza, senza eccezioni. Al punto di
intersezione di ogni nodo della rete c’è una lucente gemma dalla superficie riflettente.
Ciascuna gemma riflette ogni altra, generando una vasta rete di sostegno che include
tutto. Per quanto il loro numero sia infinito, nessuna gemma esiste senza le altre o può
essere considerata a sé stante. Ciascuna di esse è ínterdipendente dalla presenza di tutte
le altre. Se ne appare una, appaiono tutte. Se non ne appare una, non ne appare nessuna.
Se comparisse un puntino nero su una qualunque delle gemme, comparirebbe su tutte. È
una metafora molto antica, tramandataci dalla tradizione buddhista. Contiene una verità
fondamentale per capire cos’è la vita e il nostro rapporto col mondo: l‘interdipendenza
di tutte le cose. Il fatto che siamo legati gli uni agli altri da legami indissolubili , che si
estendono a tutti gli altri esseri e a ogni elemento dell’universo.

Una faccenda che può rivelarsi mortale
Cercate di seguire e tenetevi saldi sulla sedia.

Questa faccenda che si chiama meditazione non avviene
allorché siamo seduti in meditazione nelle occasioni formali;
diciamo meglio: prima che avvenga nelle occasioni formali
deve accadere altro; diciamo ancora meglio: meditazione è
momento per momento; diciamo un po' più raffinatamente:
quel processo vitale chiamato meditazione è un flusso che ci
attraversa, similmente al respiro. Diciamo perfettamente: la
meditazione non è altro che uno stato mentale! Non
dimorare, la chiama Daikan Enō. Non ristagnare, la chiamo
io.

Nel post che vi ho inviato qualche giorno fa, a
proposito dell'ottimo volume sul Sesto Patriarca (1),
nell'introduzione si legge così: Nel 'Sutra del soglio'... la
meditazione non è vista come un insieme di tecniche
finalizzate all'ottenimento della saggezza; meditazione è
piuttosto un esercizio costante della saggezza nella vita
quotidiana. (2)

È tutto qua l'insegnamento del Sesto Patriarca
(Huìnéng/Daikan Enō).

La sua critica al gradualismo, difatti, si fonda su una
questione che si può dire così: se limiti il tuo praticare la
grande Via a quel ritaglio della tua vita detto pratica
formale; e poi, nella vita quotidiana, sei sciatto ed
inconsapevole; ebbene, allora questa tua pratica formale è
una tecnica volta ad un fine. Ed è esattamente qui che il
sedere non serve a niente. Ed è esattamente in ragione di
questo qui che abbandonerete.

Allorché la vita ci va di traverso... Ecco l'occasione
ineguagliabile per meditare, ovverosia per vedere come ci
facciamo sballottare qua e là dai marosi di una mente
ingovernata. Euforia segue depressione. Felicità appresso a
disperazione. Et voilà! Vi presento monsieur Dukka!

Sospetto cosa pensate: come si fa? Cosa fare per rimanere
presenti, silenziosi, insomma guadagnare il corretto stato
mentale?

La buona novella è questa: non si fa! Non si fa giacché quel
fare è, piuttosto, farsi; si-fa-da-sé, come l'uovo che nel
pentolino bolle esattamente quando deve bollire.

E dico che si tratta di una buona novella perché, altrimenti,
il demone ci avrebbe già ingurgitati e digeriti. Se si trattasse
di qualcosa da fare alla nostra portata... Per fortuna, santa
fortuna, non è così.

E allora? Allora praticate e vivete, vivete e praticate, senza
confini o recinti. Non dimorando. Non ristagnando. Non
attaccandovi a niente, nemmeno Buddha.

Adesso sapete che c'è una faccenda che può rivelarsi
mortale...


                                                                                   Un cioccolatino:
Allorché il Quinto Patriarca, Hóngrĕn/Daiman Kōnin, a
mezzanotte, conclusasi la disputa delle strofe scritte sul muro (3), si
recò nella sala della macina del riso dove Huìnéng/Daikan Enō
lavorava gli disse: Chi non conosce la mente fondamentale, non
trae alcun beneficio dallo studio del Dharma. E ancora: Colui che
cerca il percorso per il Dharma dimentica il proprio corpo, non è
così? E infine: È maturo il riso? Huìnéng/Daikan Enō rispose: È
maturo da tempo...

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Huìnéng:

L'essenza della bodhi non è un albero,
così come lo specchio brillante non è un supporto.

In origine non v'è alcuna cosa:
dov'è dunque che la polvere si posa?

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(1) Huìnéng, Sutra dal soglio del sesto patriarca, Bompiani, Luglio 2023
(2) Huìnéng, op. cit., pag.17
(3) Shénxiú:
Il corpo è l'albero della bodhi, la mente come
il supporto di uno specchio brillante.
Spesso e diligentemente va pulita: non lasciate
che vi si posi la polvere.

Vicenza, 15 Agosto 2023

                                                                     Salvatore Shōgaku Sottile

Non fatevi illusioni

Una storiella Ch'an.

Ambientazione consueta. Monastero con centinaia di monaci. Montagna selvaggia. Un giorno, preoccupato per il morale della truppa, lo shusso si decide e va nella camera del vecchio maestro. Bussa, ma nessuno risponde. Bussa ancora... Poi, discretamente scosta la porta della camera. Il maestro è seduto davanti alla finestra aperta, immobile. Da dietro, non si capisce se è morto, sveglio o semplicemente assorto. Maestro..., fa lo shusso. E quello, senza muoversi, gli fa cenno con la mano di avvicinarsi... Guarda..., gli dice. E quello guarda, ma non vede altro che il consueto giardino e, oltre, la cima delle montagne... Che volevi?, fa il maestro, che ha subito inteso come il discepolo non veda. Ah, sì... risponde lo shusso, come per un attimo si fosse perso anche lui.  Sono preoccupato, maestro...   Preoccupato?   Sì, maestro. I tuoi discepoli non sanno  che  pensare,  sembrano disorientati...  Disorientati?  Sì.  Si chiedono come mai non tieni più un discorso di dharma. È passato tanto tempo dall'ultimo, a dire il vero molto stringato... Ah, fa il maestro. Sì, fa lo shusso. Silenzio. Poi il maestro, sempre guardando fuori dalla finestra, dice, Va bene, amico mio, oggi terrò loro un discorso. Sollevato, lo shusso si inchina e corre a dare l'annuncio.

All'ora concordata, in una sala del dharma stracolma, arriva il maestro che, senza guardare nessuno, sale sulla pedana e si siede. Attende che lo shusso offra l'incenso sull'altare. Sistema il kesa sulle spalle, poi dice: Cari fratelli... e solo ora volge lo sguardo sulla sala. Cari fratelli... Li vede tutti. Li conosce tutti. Li ama tutti. Cari fratelli... Non fatevi illusioni! Dopodiché si alza, scoppia in una grande risata e se ne va. Esattamente quanto aveva detto e fatto nell'ultima occasione.

Non fatevi illusioni! Su di voi, su di me, sul Buddha, sulla pratica, zazen, l'illuminazione... Non caricatevi sulle spalle un carico che non vi serve e andate leggeri, liberi.


Niente di quel che pensiamo o ascoltiamo è veramente importante; niente, tranne venire qui e sedere; venire alla sesshin e praticare. Praticate-e-basta. Senza sapere, senza capire nemmeno perché lo fate.

 

Ora, cercate di capire. Perché mai niente di quanto pensiamo è importante? Finché ci sarete voi a pensare voi stessi, non riuscirete. Così, se vi sfioro - e vi sfioro apposta -, subito fate il broncio. Se faccio qualcosa che non vi piace, vi irrigidite. L'ho già detto più volte. E allora? Allora provate ad essere com'è Buddha e come sono stati i Patriarchi: Nessuno! Toc, toc... C'è qualcuno in casa? Non c'è nessuno lì nella capoccia e perciò mai niente da difendere. Chi potrebbe mai risentirsi? Liberi. Finalmente liberi da se stessi.

 

Imperatore Wu: Chi sei? 
Bodhidharma: Non lo conosco.

 

Oppure. Vi ho consigliato un libro per la sesshin di Aprile. E lì trovo così: Una volta Maezumi Roshi e io stavamo viaggiando su un treno ad alta velocità in Giappone. Roshi sedeva vicino a me, e di fronte avevamo una coppia.  Il marito era membro del direttivo dello Zen Center di Los Angeles... La moglie non era una praticante zen. Mentre stavamo chiacchierando, la donna guardò Roshi e disse: “Tra tutte le persone che conosco, lei è probabilmente quella che si trova più a suo agio nel non sapere chi è”. 1

Ma... E invece ancora moraleggianti e abbarbicati al pensiero di se stessi. Troppo educati; quando la grande Via è barbara. Meravigliosamente barbara.

Poi... Poi di illusioni ce ne facciamo di continuo. Soffriamo, a volte, per pensieri persistenti; costruiamo trappole perfette nelle quali ci lasciamo cadere avvitandoci come turaccioli; diventiamo pallidi, senza forze... Finché, colpo d'ala, di tutto questo colpevolizziamo l'universo mondo, quando - Non fatevi illusioni! - abbiamo fatto tutto da soli. Ecco perché il vecchio Patriarca si limitava a richiamare così.

 

Il problema, difatti - come dovremmo sapere -, non è l'illusione in sé, che è santa come ogni altra cosa (samsara- eppure-nirvana. Nishitani); il problema è non vedere l'illusione in quanto illusione. 

Visto questo, visto così, ci diventa possibile lasciare il vecchio maestro davanti alla sua finestra... Lo vedete? Sembra un bambino occupatissimo a giocare con un filo d'erba... 

Ah, che meraviglia! 

 

Vicenza, 14 Marzo 2023 

Salvatore Shogaku Sottile


NOTE

1.  Dennis Genpo Merzel, Se l'occhio non dorme, Ubaldini 1993, pag. 45

Centro zen Vicenza

All'inizio...

Qualcuno di voi, giovedì scorso 29 Settembre, alla fine della seduta e della pasticceria ormai quasi regolamentare, mi ha detto due cose interessanti.
Mi ha detto (1°) che la nostra pratica è, al tempo stesso, difficilissima e facilissima.
E mi ha detto (2°) che non vorrebbe sentirsi dire come va a finire, perché intende scoprirlo da solo.
Trattandosi di un principiante, si tratta di due questioni notevoli che potranno essere utili a tutti. Tanto che, qui, ne discuteremo.
Sulla prima questione (dando per inteso che il difficile è riferito alla postura e il facile all'approccio scevro da sovrastrutture della nostra pratica) direi così: che è vero ma che non è tutto. Certo, il principiante si trova ad affrontare l'inferno, sulle prime; sedere non è proprio un pranzo di gala, come si diceva a proposito della rivoluzione, per quanti hanno la mia età.
Pure, proprio questo - e a patto che ciò non provochi un abbandono, proprio qui, dico proprio in questa primissima fase,  sta il momento che deciderà tutto. Tanto che (per qualche ragione che non è possibile individuare in quanto destinale, qualcuno direbbe karmico) se qui non desiste, il praticante troverà la via d'uscita. Che, semplicemente, consiste nell'intuire che occorre puntare avanti, al di là della difficoltà, mirando oltre, oltre... Gyate, gyate... Guarda caso, la fine del nostro amato sutra Maka Hannya...
Esattamente il contrario, perciò, del rannicchiarsi nel disagio e nel lottare per sopportarlo; e ciò è possibile se attraversiamo il disagio stesso da parte a parte, senza evitarlo bensì – scandalo! - abbracciandolo. Come? Non c'è la ricetta. C'è solo un'attitudine, un'indicazione. È là che bisogna arrivare. Cioè qui, qui seduti quietamente e fortemente dinnanzi ad un muro.
È come coi demoni. Ne abbiamo parlato spesso, in questi anni. Davanti ai demoni che, caparbiamente, ci fanno visita, non serve fuggire; la nostra paura è il loro carburante. Quel che serve, quel che ne mostra la loro reale natura di fumo, è - abbracciandoli - invitarli a sedere con noi sul cuscino nero, tenendoli stretti. Hanno paura anche loro!
In questi frangenti, nel nostro sedere da principianti, è d'aiuto portare l'attenzione nell'hara, tre-dita-sotto-l'ombelico, come diciamo spesso a proposito del punto d'equilibrio di corpo-mente-cuore. Zazen. 
Potrà essere utile - in questa e soltanto in questa fase -produrre una visualizzazione. Dopo essersi seduti, sistemata la postura, chiudere gli occhi e trasferire il naso dalla sua consueta posizione lì, tre-dita-sotto-l'ombelico. E da lì respirare! Sarà il respiro a risolvere l'impasse. Il disagio non scomparirà mai del tutto, ma non disturberà oltremodo. Da acerrimi nemici a conoscenti. E non si lotterà più.
E siamo alla seconda questione: Non dirmi come va a finire perché voglio scoprirlo da solo.
Shakyamuni, detto il Buddha, in inizio di predicazione, a quanti gli chiedevano cosa insegnasse, rispondeva: Venite a vedere! È, perciò, da considerarsi un buon atteggiamento quello di porsi come uno sperimentatore, qualcuno cioè che, per proprio conto, intende scoprire cosa produce la pratica della grande Via.
Detto questo, va subito dichiarato un rischio assai presente in questo per proprio conto; un rischio che ha per nome solipsismo, individualismo; l'atteggiamento di quanti, cioè, pur  percorrendo sentieri e pratiche comunitarie, si tengono da parte, manifestando così, che lo si sappia o meno, quell'alterigia e quella superbia tipica del tipo di umano delle nostre latitudini.

La soluzione, naturalmente, sta nell'armonizzare i due aspetti. Da un lato, non è possibile prescindere dal fatto che la pratica si incide sulla mia carne, e non su quella degli altri; dall'altro, non c'è mai, veramente e in ultima analisi, mia e altri (Nota 1)

Come abbiamo voluto mettere nella home del nostro sito, tutto questo è detto così: Come alberi stiamo in piedi da soli; e come alberi godiamo di essere foresta!
E qui la questione si fa delicata, soprattutto nell'ottica del principiante; giacché se non c'è alcun dubbio che la pratica ha a che fare con la mia, personalissima, vita-morte, pure, sarà proprio quel mio che la pratica dissolverà. L'illuminazione - ammesso per un attimo che sia qualcosa -non potrà mai essere mia. Sarebbe come pensare che il cielo mi appartenga.
Da qui deriva, forse, la vera difficoltà nel praticare lo Zen. Non la postura, non il male alle gambe, non i pensieri galoppanti ma - ecco il punto - questo transitare pacificamente tra me-e-mondo e mondo-e-me, questo far confluire la vita (che è sempre singolare) nel vivere (che è sempre plurale). Non privilegiando né l'una e né l'altro.
Concludendo, per quanti si tengono abbarbicati a se stessi, la pratica risulterà impossibile; mentre per quanti prenderanno a giocare - come giocano le onde con l'oceano -, sarà quel che per noi è: una delizia! 
E siamo tornati ai pasticcini...

Vicenza, 1 Ottobre 2022
Salvatore Shogaku Sottile


Note
1. Con la medesima armonia trattiamo la relazione silenzio/parola. Tenendosi stretti al silenzio, parlare. In fin dei conti, anche qui, né l'uno e né l'altro. Pur essendo ovunque nell'Aperto, noi non siamo mai - non ristagniamo - da nessuna parte.  

Concentrazione

Ieri sera vi ho parlato di due aspetti della pratica di zazen strettamente connessi. Li riprendo, qui, affinché non si indugi a condurre il nostro sedere lì dove deve andare.

 

Parliamo della particolare forma di concentrazione che attuiamo in zazen, e di come questa sia influenzata e, infine, determinata, dal modo in cui teniamo gli occhi.

 

Spesso, come ho più volte ripetuto, vi vedo in zazen con gli occhi completamente chiusi. E, più volte, vi ho invitato ad abbandonare un tale atteggiamento. La postura degli occhi, difatti, è fondamentale nel determinare il tono di quel che avviene sedendo, tanto è vero che l'insegnamento proviene direttamente da  Dōgen, che ne parla nel suo Fukanzazengi: … Tenete sempre gli occhi aperti...  

 

Gli occhi completamente chiusi portano velocemente a precipitare nell'inconscio dove, la conseguente concentrazione, frutto dell'immobilità e del silenzio di corpo-mente-cuore, non potrà che assumere natura immersiva. In più, lo stato generale si farà torbido e potrà giungere il sonno. Tutte condizioni, queste, che non producono uno zazen come pratica di risveglio.

 

Più che all'immersione, il nostro sedere tende all'espansione; da cui la corretta concentrazione in zazen sarà espansiva e non immersiva; affinché questo si determini, gli occhi saranno socchiusi, la palpebra cala ma mai del tutto, in maniera tale da consentire alla luce di raggiungerci.

 

Questa espansione è, come ho detto ieri sera, quanto Bodhidharma chiama Vastità! E questa Vastità altro non è che Sunyata, la santa Vacuità!

 

Buona pratica a tutti.

 

Vicenza, 19 Agosto 2022
Salvatore Shogaku Sottile

La cura

Ieri sera, durante la seduta formale, ho detto così: Vi prego, prendetevi cura della vostra pratica; solo così la pratica si prenderà cura di voi.  Vorrei sviluppare questo spunto.

 

Se noi e la pratica non siamo divisi e se fluiamo con essa, non c'è pericolo di credere che prendersi cura della propria pratica sia dare spazio alla mente illusa. Prendersi cura della propria pratica è essere pratica, silenziosi, invisibili alle ragnatele dell'ego.

 

Se accade così, la pratica ci riconosce e perciò si prenderà cura di noi. Buddha si prenderà cura di noi. Buddha che - oh, meraviglia! - ha (e ha sempre avuto) la nostra stessa faccia.  Accade, allora, che lo spazio attorno a noi si espande all'infinito e il respiro scende nelle profondità di ogni corpo, incluso il nostro.  E questo, che si sappia oppure no, che si senta oppure no, questo è il satori. Inconscio. Inconosciuto. Universale.  Completo abbraccio che non lascia fuori niente. Ed ecco il così-com'è!

 

È questo il senso del nostro essere esatti in tutto ciò che facciamo, nello zendo come altrove; ogni nostra azione inizia, si svolge e si compie. Perfetta. Senza sbavi e senza inutili lentezze che darebbero spazio alla mente di formulare giudizi. Essere esatti così, di fatto, è prendersi cura. E subito dopo dimenticare. Altrimenti, ci resta il mondano così-come-viene e il tanto-per-fare. Ma così impediamo allo specchio del dharma di compiere la sua funzione e manchiamo il riconoscimento; e se questo accade non ci resta che vivere nella solitudine e nella paura. Che sono, esattamente, il paese natale dell'ego.

 

Buona pratica a tutti.

 

Vicenza, 22 Aprile 2022
Salvatore Shogaku Sottile

Cuore arreso

Se amiamo il mare, la cosa migliore da fare è essere mare. Noi invece, per solito, andiamo semplicemente al mare. E così, il mare, resterà sempre altra cosa per noi.
Che Kajo - Vita ordinaria, vita comune - provocasse inquietudini era facile prevederlo. È il problema di molti di voi; talmente molti che può capitare perfino di non accorgersene.
Come conciliare la vita comune e la Via? Una faccenda, è stare nell'ambiente protetto del dojo; un'altra, sentirla vibrare al lavoro, in famiglia, nelle relazioni con quanti, magari, non capiscono che ci facciamo lì immobili seduti dinnanzi ad un muro. Ma la questione che pone Dōgen è, semplicemente, che non c'è questa faccenda; c'è solo questo!
E questo è il mare, il grande oceano, che non si cura delle onde. È sempre è solo questo. È sempre e solo mare. A ben vedere, perciò, la soluzione di questo pseudo-enigma viene prima. E può essere detta così: allorché sto per immergermi nel grande oceano, io ci sono? Se sì, com'è di solito, non sono essere mare; sono un bagnante. E il mare non mi riconosce.

Perché mai credete che, in zazen, si continua a ripetere che occorre abbandonare-corpo-e-mente, Shinjin-datsuraku? Perché, altrimenti, zazen non ci riconoscerebbe. E se non ci riconosce, possiamo star lì a riscaldare un cuscino nero per l'eternità...
 
Mutando sguardo, e paradossalmente, diciamo che l'inizio della pratica della Via, in un modo che possiamo dire misterioso, avviene prima ancora di entrare per la prima volta in un dojo zen. Perché accade così? Perché (per il fatto stesso che  vi entreremo, in un dojo, e prima che ciò accada), siamo stati esposti sul pianoro dell'Aperto, senza neanche saperlo. Chi fa questo, quale forza ci espone nudi sul pianoro, non è da indagare. Chi fa questo, però, ha un nome: ecco bodaishin, la mente che cerca la Via. Che è sempre l'antefatto nascosto della nostra storia. Pratico, ma non so bene perché.
La mente che cerca la Via... Ma di che mente si tratta? Nient'altro che la mente della natura di Buddha che siamo. Questo è bodaishin! Se – ecco le ragioni misteriose – è sufficientemente potente, senza alcun merito da parte nostra, opera in silenzio e prepara le carte... Poi, tocca a noi fare il passo. Ed eccoci entrati per la prima volta in un dojo zen.
Tutto il resto della questione che vi interroga, la possibilità, o meno, di conciliare vita comune e pratica della Via, monachesimo o non monachesimo incluso, è un sofisticato alibi. Sul monachesimo, per esempio: ma qualcuno vi ha mai invitati a lasciare lavoro e famiglia per entrare in un monastero che, oltretutto, non abbiamo?
 
Praticate totalmente, fortemente e generosamente, con corpo-mente abbandonati e cuore arreso in ogni momento ed in ogni circostanza; con saggezza, calibrando le azioni ai contesti nei quali verrete a trovarvi. Direi, per esempio, che non è proprio necessario mettere in zazen il proprio capo ufficio.
Praticando così sarete voi stessi questo, e non ci sarà più alcun dubbio. La Via sarà la vostra vita e il dharma, tramite il nome che eventualmente avrete ricevuto, vi richiamerà a ciò.
Senza questo preliminare cuore arreso al dharma, dono di sé (da non intendesi in termini cristiani, poiché qui non c'è alcuno che decide di donarsi), la Via e la vita vi resteranno incomprensibili e inaccostabili. Senza questo, tutt'al più farete i bagnanti. Ma sono sicuro che non è quello che volete.
 

Trissino, 4 Marzo 2022
Salvatore Shogaku Sottile

KEIJI NISHITANI  

ovvero 

sul cavar sangue (di dharma) dalla rapa filosofica  

Riflessioni su alcuni snodi dell'opera di Keiji Nishitani "La religione e il nulla"

centro zen Vicenza

Non lasciare tracce

Nello zendo camminiamo a piedi nudi.

Questo vuol dire che a piedi nudi camminiamo nel mondo, giacché lo zendo non è (solo) lo zendo, ma la grande terra.

Perciò, vi prego, da oggi in poi ogniqualvolta farete ingresso nello zendo non fatelo pesanti di voi stessi; provatevi a non produrre alcun rumore in modo da non disturbare gli innumerevoli esseri che vi abitano; entrate volando, appena pochi centimetri da terra, e vedrete che vi riuscirà.

Io vedo un senso forte in tutto questo. Non è solo questione di sacralità del luogo dove sediamo in zazen, ma pungolo che va ancora più in profondità; tanto in profondità da essere erba tenera dei prati. Completamente esposta. Completamente offerta. Fuse.

Questo è, per quanti percorrono la Via, non lasciare tracce! Toccare appena il mondo, calcare lo zendo dolcemente e, subito, sparire. Leggeri come nuvole (unsui, emblema del monaco zen) passiamo carichi di pioggia e svaniamo. 

Non attaccatevi a niente; nemmeno allo zendo, nemmeno ai propri piedi, nemmeno alle nuvole. Solo così passeremo lasciando ombre fuggevoli sulla terra, ombre fragranti; solo così matureranno i rossi cachi dell'albero di Buddha. 

Buona pratica. 

Trissino, 4 Marzo 2021 

Salvatore Shogaku Sottile

centro zen Vicenza

Un asino che si crede coccodrillo

La liberazione del cuore (la pace, il risveglio, la felicità) non è mai un oggetto (fisico o mentale); e quando diciamo oggetto intendiamo anche formule magiche, mantra, riti, "pensieri positivi"; la liberazione del cuore non è mai il risultato di qualcosa; la liberazione del cuore è, esattamente, lasciar andare. Il cuore lascia ogni presa e, così, da se stesso, si libera.

 

Questa è la libertà; non dipendere da niente; avere il tesoro in casa. Questo è zazen.

 

Zazen non è un oggetto. Zazen è un processo. Perciò, avviandoci alla pratica di zazen andiamo verso il render vivo un processo che, esso stesso, è liberazione. Ecco perché zazen non finisce mai.

Se accettiamo questo quadro, dopo averlo verificato, ecco che viene il tempo che viene, adesso, poiché è adesso che abbiamo praticato il lasciar andare e gustato la libertà del cuore. Ecco perché non abbiamo mai bisogno di/del tempo, giacché abbiamo sperimentato che, adesso, non manchiamo di niente.

 

Se abbiamo verificato che cosi è, che il tesoro, la liberazione, la pace, sono qui, già qui, ecco rilucere che non pratichiamo zazen perché orfani, monchi, mancanti ma, al contrario, paradossalmente, rivoluzionariamente, pratichiamo poiché siamo Buddha.

 

Non potremmo, se no. Sarebbe come un asino che sognasse di diventare coccodrillo.

Vicenza, 20 Settembre 2020

Salvatore Shogaku Sottile

zazen Vicenza

Zazen ed il mare

Avete mai fatto caso a come sfumano i contorni corporei una volta che si è in acqua? Immersi, nella corretta postura del lasciar essere, altrimenti si annega, svaporiamo un po', essendo tutt'uno con l'acqua che solo allora sostiene, e possiamo godercela.
Questa è un'ottima immagine della nostra pratica, del nostro zazen. 
Anche in zazen tendiamo a sfumare, si fa fatica a sapere con esattezza dove sia la gamba destra o l'altra, le braccia, ci sono ancora?, perdiamo insomma i contorni e, anche lì, come già in acqua, siamo non-due col vivere.
Nella corretta postura il mare ci tiene; ed è quel che accade in zazen; seduti nel lasciar andare, nel lasciar essere, la vita ci tiene. Questo può accadere, in un caso come nell'altro, perché nella realtà  vera, profonda, non siamo mai (solo) noi, bensì non altra cosa dal mare, non altra cosa dal vivere. 
Solo così, nell'un caso come nell'altro, possiamo godercela.
 

 Vicenza, 17 Agosto 2020
Salvatore Shogaku Sottile

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