La pratica del limite
Ateneo allude alla teoria dei bisogni in un epigramma
su Epicuro che ci è stato conservato da Diogene Laerzio: O
uomini, vi date pena per le cose più vili e per lavidità
non siete mai sazi di contese e di guerre; la ricchezza secondo natura
ha breve confine ma le stolte opinioni hanno strade infinite Questo
il saggissimo figlio di Neocle o dalle Muse ascoltò, o dal
sacro tripode di Pito. Questo epigramma mostra l importanza
che gli antichi attribuivano alla classificazione epicurea dei bisogni.
Ed è, a me pare, una sorta di scherzo cosmico il fatto che,
di un uomo bollato da secoli dalla fama di essere stato un crapulone,
si possa poi dire: Si noti che nel 308 Epicuro, scrivendo a Polieno,
dichiara di non aver bisogno neppure di un obolo per il cibo, e che
Metrodoro, il quale non ha raggiunto lo stesso grado di saggezza,
ne spende uno intero. E se consideriamo che nellAtene del 300
a. C. una dracma valeva 3 oboli e che
il minimo necessario
per il cibo giornaliero di uno schiavo erano due oboli al giorno.
tutto riluce chiaramente. Ma ascoltiamo le parole di Epicuro: Dei
desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali ma non necessari,
altri poi né naturali né necessari, ma nascono da vana
opinione. (Massime capitali XXIX) Massima che è completata
dalla XXX: Fra quei desideri che se non vengono soddisfatti non comportano
dolore corporeo quelli in cui intensa è la passione provengono
da vuote opinioni, e non per la loro natura sono difficili a dissiparsi,
ma per le stolte credenze degli uomini. Legando, come fa, bisogni
e desideri, Epicuro mostra di aver colto il nesso che tiene uniti,
nel cammino verso la conoscenza di sé, realtà e opinione
(bisogno naturale e necessario/bisogno non naturale e non necessario),
tanto che la sua teoria dei bisogni si risolve in una finissima indagine
psicologia sul cuore degli uomini. Definito, difatti, lambito
strettamente primario della vita delluomo (bisogni naturali
e necessari: mangiare, dormire, bere, ecc..), egli coglie subito che
i problemi sorgono quando a questa aderenza stretta al sentire, si
sovrappongono quelle che egli chiama le vuote opinioni. Nella Lettera
a Meneceo, dice ancora: Così pure teniamo presente che per
quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono
inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri
naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per
la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa
vita. Se vuoi arricchire Pitocle, non aumentare la sua ricchezza,
ma diminuisci i suoi desideri. (Sentenza vaticane 25) Tutto trabocca
il mio corpo di dolcezza, quando vivo a pane ed acqua, e sputo sui
piaceri di vita sontuosa, non per loro medesimi, ma per gli incomodi
che vi si accompagnano. (Frammenti, 102) Consideriamo lindipendenza
nei confronti dei desideri un gran bene, non perché intendiamo
vivere sempre nellindigenza, ma perché, se mai fossimo
privati dellabbondanza, sappiamo accontentarci del poco a disposizione,
persuasi che solo coloro che sanno più facilmente fare a meno
dellopulenza ne godono più profondamente i frutti, e
che tutto quel che è naturale è facilmente ottenibile,
mentre è difficile procurarsi il superfluo. Cibi semplici ci
danno un piacere eguale a quello di una tavola riccamente imbandita,
se è vero che con essi ogni sorta di sofferenza causata dal
bisogno viene meno, e che un po di pane e dacqua ci procurano
un piacere estremo quando li portiamo alla bocca mossi dalla fame.
Visto che, per Epicuro, è possibile cogliere il piacere puro
dellesistenza una volta che si siano soddisfatti i bisogni del
corpo e si siano dissipati i timori dellanima, vediamo come
illustra il cammino. I desideri/bisogni sono sicuramente legittimi
se sono naturali e necessari, contenuti nellambito di quella
necessità primarie ed ineliminabili che la natura stessa ci
detta (la fame; la sete; il sonno; ecc..); ancora da considerarsi
legittimi e naturali quelli -come lamicizia- non determinanti
per la nostra sopravvivenza fisica benché determinanti per
il nostro vivere sociale ed affettivo; illegittimi se non naturali
e non necessari (la fama; il successo). Lo studio che dovrà
fare il discepolo epicureo, perciò, consisterà nel discernere
fra i desideri quali dettati da esigenze naturali e quali no. Tanto
che, come abbiamo visto per lo stesso Epicuro, se avrà fame
e disporrà solo di pane e acqua, gusterà il piacere
puro di vivere facendone uso, allo stesso modo che trovandosi dinanzi
ad una mensa sontuosa. Il secondo natura, quindi, non discende da
una norma extrafisica/metafisica (non trattandosi di una legge o di
un dogma), ma dallattenta e consapevole valutazione della propria
natura di uomo e dei desideri che la agitano. Questo perché,
come abbiamo più volte detto, non cè alcuna Natura
separata e oggettiva che da qualche parte nei cieli detta leggi alluomo;
quanto, piuttosto, vè luomo che, vivente tra i
viventi, vive proprio della relazione costante tra i particolari (i
desideri) e il tutto . Ma torniamo un attimo alla questione dei desideri,
tanto è intrecciata con il piacere. Scrive Jean Fallot : Il
desiderio è un aspetto della sofferenza, di una mancanza; è
questo il senso più semplice dellespressione "ho
bisogno di.."; una volta che il bisogno è saziato, soddisfatto,
noi siamo soddisfatti; lo scopo è dunque di restare in questo
stato di piacere senza turbamento, in cui il bisogno è saziato
e il desiderio placato . Il desiderio sembra tendere verso una soglia
(il piacere) che non raggiunge se non per ricadere e rinascere. Per
cui il piacere appare come un miraggio. Ma ciò che non è
altro che apparenza, non è il piacere, bensì il desiderio.
Il piacere non è fine del desiderio, è leffetto
del bisogno quando viene soddisfatto. Dunque noi non possiamo agire
direttamente sui nostri desideri, poiché, buoni o cattivi che
siano, non sono che uno specchio dove appare limmagine dei nostri
bisogni, dove si riflettono i nostri piaceri. Né possiamo avere
direttamente il sopravvento sui nostri bisogni, ma è necessario
conoscerli, al fine di ricalcare i nostri piaceri sui nostri bisogni
naturali, e non su bisogni chimerici . Sullo stesso orientamento è
Domenico Pesce, quando scrive: Segue da questa interpretazione che
il vero piacere debba consistere in uno stato e non in un processo,
nello stato del bisogno soddisfatto (e perciò eliminato, in
quanto bisogno) e non nel processo di soddisfazione. Vi è tra
stato e processo un ordine naturale nel senso che il processo è
mezzo rispetto allo stato, la soddisfazione è processo piacevole
soltanto in quanto conduce allo stato di assenza del bisogno. Chi
perciò inverta il rapporto, va contro natura e perde ogni misura;
costui, nella soddisfazione ottenuta, che è il vero piacere,
vedrà al contrario uno stato intollerabile, dal quale si affretterà
ad uscire, eccitando artificialmente il bisogno in un ritmo progressivo
e travolgente che lo condurrà, anziché alla pace dellanimo,
ad uno stato di perenne inquietudine. VII. LA PRATICA DEL LIMITE Il
piacere è, per Epicuro, il fine secondo natura. E per piacere,
diciamolo subito, Epicuro intende qualcosa che se rapportato alla
sua teoria dei bisogni è facile da intendersi, sgombrando il
campo da una consumata, quanto sterile, ma soprattutto falsa polemica
che prosegue da millenni: quella di far dire ad Epicuro, quando egli
dice piacere, solo del piacere sensibile immediato e comunemente condiviso
(il cibo, il sesso); piacere, questo, che in tali rapporti e prospettive
appartiene invece ad unaltra scuola filosofica, la scuola cirenaica.
Non che tale intendimento del termine fosse da Epicuro escluso; tuttaltro.
Solo che non è solo questo. E, piuttosto, e come dice
Epicuro stesso, quel che resta dopo aver tolto il dolore fisico per
il corpo e il timore per lanima. Piacere puro. Intendimento,
questo epicureo, da assaporare e meditare. Dribbling radicale che
stupisce come non sia stato colto dai suoi detrattori. Un piacere,
perciò, che non dipende più dalleccitante, da
ciò che la sensazione percepisce tesa verso lesterno
(placare la fame; soddisfare il desiderio sessuale; temere la punizione
degli déi o paventare la morte), quanto, piuttosto, tolto il
dolore fisico per il corpo e il timore per lanima (di questo
tratta lintero insegnamento epicureo), provare un completo e
perciò puro (diremmo noi dello Zen: senza oggetto) soddisfacimento.
E il piacere di esistere prima della comparsa dei fenomeni che
accompagnano questo esistere. E lo sfondo dellesistenza.
Possono esserci due modi di praticare il piacere di vivere. Il primo
(quello della scuola cirenaica, venuta prima di Epicuro e a cui, quindi,
in qualche modo egli risponde), è quello che, interessato delleccitante,
tenta di vivere quella che potremmo definire una vita di vetta: mangiare
raffinato; le donne; larte; ecc.. Laltro, quello epicureo,
per cui non è affatto necessario che qualcosa si sollevi sul
piano del semplice vivere, un evento straordinario, un caso fortunato,
ma è proprio il semplice vivere, la vita di ogni giorno. Da
questo piano è possibile sì decadere nella condizione
del bisogno e del desiderio e cioè della mancanza, ma non sollevarsi,
perché può esistere qualcosa che sia meno della vita
e dellessere, e cioè appunto la morte e il non essere,
ma non già qualcosa che sia di più. Epicuro -a sottolineare
ancora una volta il suo approccio scientifico e non legato alle convenzioni
sociali - propone una semplice obiezione ad un tale modo di vivere
che, nei fatti, ne smonta il meccanismo interno. Domanda Epicuro:
finita la spinta delleccitante come vi sentite? Avete provato
-sia prima, che durante, che dopo lagire di vetta- lassenza
di turbamenti fisici e morali? O non sono piuttosto aumentati? Quando,
per esempio, arrivata la persona amata passate con lei gioiosamente
qualche ora, non vi sembra di toccare il cielo con un dito? Ma, ecco
che, finito lincontro, langoscia vi prende. E, da quel
momento, vivete in attesa dellincontro seguente. Ebbene, dice
Epicuro, se è così non si tratta di piaceri, ma di spine
dolorose, in quanto lanimo tutto è turbato. Inoltre:
non state forse vivendo due vite: una piena e una vuota? E cosa accadrà
quando quella stessa persona vi lascerà? Correrete a cercarne
unaltra? E tra la gioia dellincontro presente e lattesa
dellincontro seguente cosa aspettate, dal momento che chi vive
aspettando è votato alla morte visto che solo la morte è
lunica cosa che certamente verrà? Se ciò che produce
i piaceri dei dissoluti dissolvesse i timori della mente, e in particolare
quelli che si riferiscono ai fenomeni celesti, alla morte, alle sofferenze
e se, inoltre, ciò insegnasse il limite dei desideri, noi non
avremmo mai ragione di biasimarli, pieni come sarebbero da ogni parte
di piaceri e in nessun modo sottomessi al dolore e allafflizione,
ciò che è il male. (Massime capitali, 10) Come si vede,
in queste contestazioni Epicuro non parla mai di peccato, non tratta
mai di morali da impartire a qualcuno. Mostra soltanto (ed in questo,
al pari del Buddha, egli è uno splendido realista) cosa diventa
la vita e a quale sofferenze si apre. Laltro modo di praticare
il piacere di vivere, quello di Epicuro, vede che esso non è
una cosa diversa dalla vita: non cè, quindi, da scegliere
tra questi e quella. Il piacere non sono beni, oggetti accanto ad
altri, ma la nostra stessa vita. Così, per ottenere il piacere
non è neanche necessario cercarlo: basta rimuovere ciò
che è causa di turbamento. Chiaro? Di tutto quanto abbiamo
detto sulla dottrina epicurea del bene e del piacere nasce la seguente
conseguenza pratica, contenuta nelle due prime massine del quadrifarmaco:
che la felicità, poiché è la vita stessa e non
già qualcosa che debba aggiungersi alla vita, è sempre
a portata di mano di chiunque né esige, come comunemente si
ritiene, ricchezza o potenza, né altro ha da chiedere alla
fortuna fuor della salute del corpo. Da questo stato in cui il piacere-vita
è senza turbamento né fisico né morale; in cui
i bisogni primari sono soddisfatti senza alcuna necessità di
indulgere nel di più del desiderio; ecco che sorge quel che
per Epicuro era lobiettivo del suo insegnamento: il saggio che
non chiede più, che non ha nulla (nulla che sia più
prezioso del piacere-vita) e che non si aspetta nulla. Sembra di trovarsi
di fronte al prototipo del saggio taoista . Partendo da una pienezza
(il piacere-vita) piuttosto che da una mancanza (avrei bisogno di
;
vorrei essere..), è agevole dimostrare ad Epicuro come si possa
essere felici allontanandosi il meno possibile da questo piacere-vita
che è sempre qui e che è sempre con noi: è già
tutto qui, sembra dire, a patto che applichiate la giusta sensazione
e comprendiate il giusto modo di trattare con i bisogni/desideri.
Il desiderio, difatti, essendo per sua natura una tensione-verso,
cioè una mancanza, è necessariamente separato da ora
e da qui, dallo stato di è tutto qui, ed è ciò
che provoca il turbamento ed infine linfelicità: la sofferenza
del corpo e il turbamento dellanima, poiché mette in
scena due fantasmi che, con il linguaggio epicureo, potremmo chiamare
né naturali né tantomeno necessari: un piacere che verrà,
ed il tempo che sarebbe necessario a questo venire. Questo, oltre
ad introdurre quel fantasma per eccellenza che è il tempo,
di cui Epicuro dirà parole modernissime, contraddice completamente
lassunto epicureo per cui il piacere è il bene primo
e a noi congenito (Lettera a Meneceo, 129). Linsegnamento epicureo
si fa così una psicologia del presente e dello esistenziale,
contro quelle propedeutiche che (i piaceri dei cirenaici e i doveri
degli stoici) riducono la vita a mezzo-per (piaceri o virtù,
che importa?), facendo scrivere a Fallot: ..e tanto peggio se in questo
gioco la vita si spezza, se in fin dei conti la gettiamo via come
un giocattolo rotto . Così interpretata, letica di Epicuro
non è né edonistica né utilitaristica
ma
è una dottrina essenzialmente religiosa. Adesso è chiaro
perché Colote, uno dei primi discepoli di Epicuro, scrisse
che seguendo le massime degli altri filosofi non si potrebbe neanche
vivere?
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