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Salvatore Shogaku Sottile
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Kosmoszen
2 - Manifesto sullo
zen d'Occidente
Il buddhismo si trasmette
da una mano affettuosa a una mano affettuosa.1
Shunryu Suzuki
INTRODUZIONE
Potrà non rimanere senza conseguenze il fatto
che - col Buddhismo2
- si è introdotto in Occidente un sistema di vita, pratica e pensiero
estraneo alle radici ebraico-cristiane? Pratica, pensiero e vita che non
ospitano al loro interno né un Dio creatore né un Dio redentore?
Non vediamo - intorno - i segni della consapevolezza di quel che questo
comporta o, meglio, può comportare. Se arriva l'autunno e soffia
il vento, bisogna sapere che quel che deve cadere cadrà.
La questione ci pare possibile presentarla così:
con l'introduzione delle pratiche buddhiste in Occidente, potremmo essere
alla soglia di una rivoluzione spirituale e culturale di dimensioni oggi
non prevedibili. Il fatto che non se ne possa prevedere estensione e profondità,
non toglie che di una rivoluzione si tratti. Di che stiamo parlando? Del
fatto che il sistema-buddhismo comunica con il sistema della classicità
greca e non con quello ebraico-cristiano! Ecco di che si tratta.
Se si scorge, difatti, l'intima parentela - che a noi pare di scorgere
- tra il dharma buddhista e il kosmos
alla maniera greca3
, dove ogni cosa è se stessa, ha cioè il suo Te
senza per questo porsi fuori dal Tao4
, e dove ciò che governa è l'innata capacità omeostatica
ed omeopatica del kosmos stesso5;
se si vede questo non può non rilucere il fatto che siamo in rotta
di collisione con una matrice culturale nella quale - come verrà
detto meglio più avanti - dal nulla un creatore crea le creature6,
che poi dovrà graduare necessariamente lungo la scala dell'essere,
da cui il signoreggiare biblico dell'uomo sul mondo7
fino all'attuale, incontrastata perché forse incontrastabile, signoria
della tecnica.
Indagare quest'orizzonte a noi pare inderogabile, se è
vero, come è vero, che laddove il dharma si è introdotto,
prima o poi, ha avuto necessità di riassettare gli orizzonti anche
culturali del nuovo approdo.
Ed è in qualche modo sbalorditivo, e non privo di
fascino, il fatto che questo tempo che viviamo possa essere il tempo in
cui, accogliendo in noi e nel nostro tempo la vita del dharma buddhista
(e perciò stesso - necessariamente - ponendo le basi per scompaginare
duemila anni di storia dell'Occidente), in verità in verità
ci rinsaldiamo all'origine stessa dell'Occidente, al pensare greco.
I. LE COSE COSI' COME SONO
L'Occidente ha vissuto e vive ancora un tempo detto
prima di Cristo
ed un tempo detto dopo di Cristo.
Il tempo prima (di Cristo) è il tempo
della natura, il ciclo delle stagioni, tempo eternamente ritornante su
se stesso la cui parola è parola del mito e la cui figura è
il cerchio; il tempo dopo (di Cristo), a causa
del fatto che il dio cristiano si è incarnato nel mondo, è
invece un tempo la cui parola è parola della storia e la cui figura
è la linea8
, linea che punta come una freccia ad un senso: il senso della redenzione
promessa che attende di essere realizzata nell'ultimo giorno. E', per
i cristiani, quella che viene detta la prospettiva escatologica, quella
prospettiva, cioè, dove alla fine
(eschaton) si realizza ciò che all'inizio era stato annunciato.9
E' il regno di Dio.
Il tempo della natura non ha senso perché
ciclicamente non va da nessuna parte o da tutte le parti. Il tempo della
natura ritorna (su se stesso). Eraclito lo esprime così: Il
mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti i mondi - non lo fece nessuno
degli dèi né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e
sarà, fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si spegne
secondo misure.10
E dopo Eraclito, pietra angolare dell'Occidente pensante,
ecco Giordano Bruno, secondo cui l'universo, pure per lui eterno ed infinito,
trae da se stesso la ragione della propria esistenza
e non dipende da altro, sia come materia sia come causa efficiente.11
Né l'uomo è qualche cosa di speciale rispetto agli altri
esseri viventi, perché - dice Bruno - uno è lo spirito che
vivifica tutto, dalla formica al fuoco che, Bruno, conobbe bene.
Ma se al tempo diamo una direzione, se gli doniamo
un senso, ecco la storia.12
Paolo di Tarso, questo tempo, lo esprime così: Io
ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili
alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.13
Ma ecco la prima questione: dato che la natura
ha cessato di essere la physis greca,
la potenza che genera e che distrugge, il ciclo sempre uguale entro cui
si svolge l'intero teatro del mondo; e il mondo, da parte sua, si è
fatto mondo in cui si è incarnato Dio e che per questo è
diventato saeculum, hominis
aevum, cioè età dell'uomo; natura
e mondo non sono più nulla per sé in quanto anche
loro, ora, concorrono alla redenzione, redenzione che istituisce un senso
(una direzione) laddove c'era solo un fluire, e che prevede che un'esistenza
(l'uomo) prenda il sopravvento sopra ogni altra, laddove ogni esistenza
esisteva come ogni altra, sotto il profilo della vita e della morte. A
questo punto sarà possibile che accada quel che è già
accaduto: Quando siamo diventati cristiani,
abbiamo subito cominciato a lordare e a distruggere i boschi sacri, e
insieme la sacralità latente del bosco. Credevamo di poter fare
a meno di queste forme 'inferiori' di religiosità. Il risultato
è che niente più è sacro: nessuna forma di vita,
né una sorgente d'acqua né l'oceano, né un pescegatto
né l'intimità del pensiero umano. Il cuore che non sente
la presenza degli Dei in un bosco è già un cuore incendiario
14
Ecco perché v'è una questione
ecologica. Questione da cui non si esce se non si ripensa questa
matrice che è, per l'Occidente, la tradizione ebraico-cristiana.
Nel ciclo della natura, che i Greci chiamano
'physis', da 'phyo' che sigifica 'generare', 'crescere', la potenza che
genera è la stessa che dissolve, per cui la crudeltà dell'esistenza
e il dolore in cui si esprime, essendo iscritti nell'innocenza del ciclo,
non hanno bisogno, come nella religione cristiana, di essere giustificati
da una colpa, a partire dalla quale si concepisce il dolore come sua inevitabile
conseguenza, quindi come evento di riparazione e caparra di redenzione.
Se non distruggesse le precedenti forme di vita, la natura non potrebbe
proseguire il suo ciclo, per cui sono le stesse condizioni che rendono
possibile la vita a chiedere la crudeltà della morte e del dolore.
Per il Greco, dunque, non si soffre perché si è colpevoli,
ma si è colpevoli perché si soffre. E' perciò il
dolore
ad accecare l'uomo e, nell'accecamento, a renderlo colpevole.
A questa radicata persuasione si rifà anche Socrate, che connette
il male all'ignoranza
perché
se l'uomo sapesse
non commetterebbe il male. Non
essendo il male conseguenza di una colpa, non c'è redenzione che
liberi dal male. Il male va sopportato
come tutto ciò che è per natura
Nietzsche parla della
grecità come di quella cultura percorsa dal 'pessimismo della forza'
La forza.. sta nella capacità di 'guardare in faccia il dolore'
come a qualcosa di assolutamente naturale.. la forza sa che tutto
ciò che nasce deve morire e, vivendo
all'altezza della propria morte, fonda la propria dignità sulla
propria finitezza, e quindi su quella misura
che non va oltrepassata con una
pretesa di eternità. Nella conoscenza
del proprio limite il Greco trova la certezza di sé, mentre nel
suo oltrepassamento incontra quell'hybris che acceca la mente e rende
l'uomo colpevole. Da questo punto di vista la religione cristiana rappresenta
l'esatto capovolgimento del mito greco.15
Per arrivare all'oggi, non manca molto. E' tutto dentro
il discorso cristiano, difatti, per l'0ccidente, sia la problematica esistenziale
dell'uomo che quella ambientale, nonché, e siamo all'attualità,
quella del predominio della tecnica.16 Non si
esce da qui. Per questo è urgente, per noi indagare, indagare e
indagare ancora profondamente questo volto dell'Occidente pena l'inefficacia
e la sterilità.
Poi, e sarà il passo ultimo, meglio è adesso, la tecnica
abolirà la storia, che della religione cristiana è stata
la prima figlia. E l'abolirà necessariamente poiché la
tecnica inaugura un tempo senza direzione, senza disegno, senza senso.17
Eppure
Questi sono i riferimenti generali delle
cose così come sono. Pure, non dobbiamo disperare. Il paesaggio
vivente è sempre più mosso di come ci viene descritto. Commentando
proprio quel passo della Lettera ai romani
di Paolo che abbiamo citato, padre Luciano Mazzocchi scrive: Se
un chicco non muore non si mette in movimento la legge del portare molto
frutto, del moltiplicarsi in tanti chicchi. Il
chicco non può vedere il frutto della sua speranza, altrimenti
la speranza sarebbe calcolo.18
Il che vuol dire che se veramente l'universo seguisse il tempo della storia,
non vi sarebbe mai germoglio, trovandosi la finalità (l'eschaton)
del chicco esterna al chicco stesso. Ma, fortunatamente, non è
così; così il chicco, che pure non vede il
frutto della sua speranza, avendo tutto in sé muore a sé,
dando molti frutti.
II. LE COSE COSI' COME POTRANNO ESSERE
Il tempo greco era pura 'esteriorità',
misurata dal cammino delle stelle che ciclicamente scandivano le epoche
che non ospitavano alcuna finalità ma semplicemente una fine. Per
il greco antico il finito è 'perfectum' perché è
compiuto. Ogni cosa raggiunge il suo fine alla fine.19
Ogni cosa canta la verità
senza aggiungere nulla.20
La conversione è rientrare in sé,
rendendosi conto che cercare è il grande peccato d'orgoglio. "Mi
leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho
peccato contro il Cielo e contro di te". Inizia il rientro. Da qui
inizia la via vera. Inizia e finisce: la via è un continuo ritorno,
momento per momento, situazione per situazione, all'origine. Nel buddismo
il nirvana, la meta, è definita "hikkyoki" - il ritorno
al punto definitivo -
La casa del padre, il punto definitivo, è
qui, è ovunque, è sempre.21
Quale migliore avvio per cominciare a disegnare le cose
così come potranno essere? In una cosmologia ciclica quale migliore
futuro del passato ribadito nel presente? Anche perché, cosa meglio
della morte (alla fine) disegna il mio
fin(ir)e? Non è forse vero che il dharma dice che ogni cosa che
nasce muore? La sola cosa che continua è il dharma stesso, il ciclo,
non le singole cose del ciclo, gli esseri, che difatti vanno e vengono.
E in questo andare e venire, che è Buddha, al di là delle
opinioni di molti, non c'è pessimismo ma realismo; non c'è
rimpianto né attesa. Quando c'è
vita, c'è vita; quando c'è morte, c'è morte,
dicono i maestri zen. Niente di più e niente di meno. Né
aspettativa, né pentimento.
A mostrare, una volta di più, la distanza delle
cose così come sono (l'Occidente della cristianità) dalle
cose così come potranno essere (l'Occidente del dharma), ritorniamo
sulla parola decisiva:
Eschaton, che nella direzione dello spazio
significa 'lontano' e nella direzione del tempo significa 'ultimo', è
la forma superlativa di 'ek', 'ex', che significano 'fuori'. L'eschaton
è dunque 'ciò che è fuori portata'.22
Ascoltiamo, ora, le rinfrescanti parole del dharma:
Come si pratica zazen? Accettando se stessi
e sapendo di esistere qui. Non si può sfuggire a se stessi. ' Io
sono qui ' è la verità suprema.23
Ah! ' Io sono qui
' è la verità suprema. Non dopo,
non alla fine, non teso verso, ma qui, ora, in un qui-ora che non è
semplice presente o presenza, da cui qualcosa è assente o assenza,
ma primavera che è (anche) autunno, ed estate, inverno. La verità
di io sono qui
è, difatti, che niente limita questo io
e questo qui.
In un altro commento al Vangelo (Luca 10,1-20) che a noi pare formidabile,
il monaco zen Giuseppe Jiso Forzani, scrive:
Proprio su questa infinitesima differenza
dobbiamo fissare lo sguardo, perché la pagliuzza non diventi una
trave. Ci aiuta a discernere l'ultima parte del Vangelo di oggi, quella
in cui Gesù dà ai suoi discepoli, cioè a noi, la
chiave per comprendere di cosa ci dobbiamo rallegrare.. Non del potere,
non del suo uso, non del successo
Ma che i "vostri nomi sono
scritti nei cieli". "Sono scritti", anzi, letteralmente
nel testo, "sono stati scritti". Già fin d'ora, prima
del tempo e oltre il tempo per sempre
e prima di sempre "sono scritti": senza merito, senza sforzo,
senza vanto
Non si segue la via, non si aderisce alla religione,
non ci si impegna nella pratica per ottenere l'iscrizione del proprio
nome nei cieli, ma perché i nostri nomi "sono scritti nei
cieli".
Nel buddismo si dice che si segue la via perché tutto è
natura di budda, ogni cosa esprime e manifesta l'autentica forma della
natura originaria. Se così non fosse non ci sarebbe la via e la
pratica, il cammino e la meta. In altre parole la
meta precede il cammino, e solo di questo
dobbiamo rallegrarci, perché solo grazie a questo possiamo orientare
i nostri passi nella direzione giusta. Non c'è nulla da inventare,
nessuna meta da immaginarci: siamo già lì, con i nomi scritti
nel libro del traguardo.24
Lasciando tutto questo impensato, accade che si dica, come
dice Stephen Batchelor: come occidentale, mi
rendo conto di aver portato nel buddismo una prospettiva storica; oppure
che Dal mio punto di vista il contributo più rilevante che l'Occidente
può dare al buddismo è la coscienza storica25
Chiediamo: quale è l'eschaton, la prospettiva
escatologica, dove il primato del fine sulla fine irradia sul tempo la
figura del senso26 proposta dal buddhismo?
Se non ve ne è alcuna, come noi crediamo, mancando qui un esterno
che funga da finalità al cammino esistenziale di ognuno, allora
si sta facendo una pericolosa confusione. Se, difatti, non sappiamo chi
siamo, a quale dialogo andiamo? Se travestiamo buddha coi nostri vestiti,
quale mascherata ci attende? Attenti, c'è il pericolo di far nascere
un bambino morto!
Salvatore Shogaku Sottile
NOTE
1 Shunryu Suzuki,
in David Chadwick, Cetriolo storto, Ubaldini 2000, pag. 290
2 Ogniqualvolta,
qui, si dirà Buddhismo, dovrà primariamente intendersi Zen.
Non possiamo, difatti, parlare a nome di qualcosa che non esiste - il
buddhismo, piuttosto che i buddhismi -. Si obietterà, allora, del
perché non dire direttamente Zen. A causa del fatto che le tesi
che si esporranno, essendo di ordine generale, permettono l'inesattezza.
3 Il riferimento
è all'articolo Kosmoszen, che si può leggere all'indirizzo
www.zendoccidente.org
4 Per dirla
alla maniera di G.Pasqualotto, Il Tao della filosofia, pagg 21 e segg..
5 Il Kosmos
è omeostatico in quanto ha in sé le radici del proprio equilibrio:
(l'universo) trae da se stesso la ragione della propria esistenza e non
dipende da altro, sia come materia sia come causa efficiente (Giordano
Bruno); ed è omeopatico in quanto a modalità di funzionamento:
.. solo inoculando un po' di caos si può resistere al Caos. (Umberto
Galimberti, Orme del sacro, Feltrinelli 2000, pag. 22)
6 Rispetto al
mito, la religione non nega la legge di natura e la sua ricorrenza, ma
in essa legge l'espressione di una volontà, la volontà di
Dio che l'ha creata. Ciò significa che la terra, separata dalla
volontà di Dio
non ha in sé alcuna consistenza, nulla
che la salvi dalla caducità, per cui è nell'idea stessa
di creazione la negazione dell'autosufficienza della terra, e quindi il
suo bisogno di salvezza è già iscritto nella sua origine,
prima ancora di considerare ciò che accade sulla terra. Separata
dall'eterno, la terra appare alla religione (ma non al mito greco), come
ciò che perisce, come ciò che non può difendersi
dalla rapine del nulla, per cui il nichilismo della terra è iscritto
nell'atto stesso della creazione, che per questo e non per altro è
'ex nihilo', 'dal nulla'. Umberto Galimberti, op. cit., pag.67/68
7..Facciamo
l'uomo a nostra immagine
domini sopra i pesci.. e sugli uccelli..
sugli animali domestici
Prolificate
e riempite il mondo, assoggettatelo
e dominate.. Genesi, 1.26
8 Aver costretto
la Natura a piegarsi alla linea retta, costituisce già una colpa
che può costare all'umanità una più che giusta condanna
a morte. Guido Ceronetti, In La fragilità del pensare, Bur 2000,
pag. 175
9 Umberto Galimberti,
op. cit. , pag. 22
10 Giorgio Colli,
La sapienza greca III, Adelphi 1980, pag. 45
11 Giordano
Bruno, Spaccio de la bestia trionfante, Biblioteca dell'Utopia.
12 Conferendo
un senso al tempo, il cristianesimo lo sottrae all'insignificanza del
suo fluire, e lo istituisce come storia. Umberto Galimberti, op. cit.
pag.22
13 Paolo, Lettera
ai romani, capitolo VIII. Lettera che è, comunque, utile leggersi
per intero.
14 Guido Ceronetti,
La fragilità del pensare, Bur 2000, pag. 49
15 Umberto Galimberti,
op. cit. pagg. 66/67
16 Il cristianesimo
non è passato invano e perciò il tempo dell'Occidente è
ancora storia in quanto tempo fornito di un senso.. La secolarizzazione
prende avvio nell'età moderna, quando l'uomo si fa garante della
propria salvezza
A questo punto la scienza di Dio passa all'uomo
che è quanto basta perché l'uomo possa intraprendere la
sua avventura di creazione di una nuova terra, su imitazione di Dio, anche
senza Dio. Umberto Galimberti, op. cit. pag. 69
17 Umberto Galimberti,
op. cit. pag. 86
18 Il Vangelo
e lo Zen, opuscolo della Comunità Stella del mattino, n° 7/1996,
pagg. 13
19 Umberto Galimberti,
op. cit. pag. 99
20 Doghen, Bendowa,
Marietti, Genova
21 Il Vangelo
e lo Zen, opuscolo della Comunità Stella del mattino, n° 4/1995,
pagg. 125. Commento al Vangelo (Luca 15,1-32) del monaco zen Giuseppe
Jiso Forzani
22 Umberto Galimberti,
op. cit. pag. 79
23 Shunryu Suzuki,
in David Chadwick, Cetriolo storto, op. cit., pag. 298
24 Il Vangelo
e lo Zen, opuscolo della Comunità Stella del mattino, n° 7/1995,
pagg.211-212
25 Dharma, trimestrale
di buddhismo per la pratica e il dialogo, n° 1, Ottobre 1999, pagg.
54/59
26 Guardare
il tempo come storia è possibile solo se già si è
ospitati dalla prospettiva escatologica, dove il primato del fine sulla
fine irradia sul tempo la figura del senso. Umberto Galimberti, op. cit.
pag. 86
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