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Sandokai di Sekito kisen - commenti di Shunryu Suzuki Roshi

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Meditazione sul respiro  



Shunryu Suzuki
da "Cetriolo Storto"
di David Chadwick
  Testi tradizionali - Sandokai
Di Sekito Kisen - commenti di Shunryu Suzuki Roshi


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Decima conferenza

La sofferenza è una cosa preziosa
Ognuna delle innumerevoli cose ha il suo merito,
manifestato in accordo con la funzione e il luogo.
I fenomeni esistono, interconnessi come la scatola e il suo coperchio;
il principio si accorda, come le punte delle frecce che si incontrano.



Vorrei parlare di come osserviamo le cose, di come dovremmo trattarle, di come comprendiamo il valore delle cose. "Ognuna delle innumerevoli cose ha il suo merito, manifestato in accordo con la funzione e il luogo" –
Bammotsu onozukara ko ari, masani yo to sho to wo iu beshi. Le innumerevoli cose (bammotsu) comprendono gli esseri umani, le montagne e i fiumi, le stelle e i pianeti. Ognuna svolge una propria funzione e possiede una propria virtù ed un proprio valore. Quando diciamo "valore," solitamente intendiamo valore di scambio. Nel nostro caso valore ha un significato più ampio, per il quale usiamo il termine ko. Ko non significa "funzione" od "utilità" nel senso abituale, ma si applica piuttosto alla virtù e al merito: qualcun che vive una vita meritevole o che fa qualcosa per la società o la comunità. Questa funzione è connotata dalla virtù. Ma quando diciamo "funzione," ci chiediamo, "Funzione di cosa?"

A questo punto devo usare alcuni termini tecnici. Per esempio, voi vedete qualcosa – (Il sistema di amplificazione viene improvvisamente acceso e Suzuki Roshi sente la sua voce amplificata dagli altoparlanti.) Oh! (Risata) Sentite la mia voce. Voi pensate che mi state ascoltando. Quello che state ascoltando è probabilmente la mia voce, ma di fatto voi ascoltate la funzione di un’entità universale chiamata elettricità che copre l’intero mondo – l’intero universo. Questo è un modo di capire. Un altro è che voi state ascoltando la mia natura come pure la natura dell’elettricità. Così quando vedete o ascoltate qualcosa, vi è incluso l’intero universo. Quando capiamo le cose in questo modo, chiamiamo ciò la comprensione del tai.

Tai significa "corpo". Ma è un grande corpo, un corpo ontologico che include ogni cosa. E chiamiamo la natura di quel corpo sho (ndr. ha una linea sopra) – non lo sho (ndr. senza la linea sopra) di questi versi, ma lo sho (linea sopra) che significa "la natura di base di ogni cosa." Quando afferriamo ciò che sta oltre le parole, chiamiamo questa comprensione ri, ovvero "verità". Ri è qualcosa che va oltre la nostra idea di bene e male, lungo e corto, giusto o sbagliato.

Nel prossimo verso c’è yo, che significa "utilità" od "uso". Ko e yo possono sembrare gli stessi, ma qui – nella terminologia tecnica del Buddhismo – ko si riferisce alla funzione delle cose, ovvero ji, mentre yo si riferisce alla funzione della verità assoluta, ovvero ri. In questi due versi Sekito tratta dell’unità di ko e yo. Ko e yo si applicano ad ogni occasione e ad ogni cosa. Così dovreste sempre tener presente che quando incontrate le cose lì si rivela il vero insegnamento. Dovreste riconoscere il posto.

Talvolta usiamo yo e ko insieme. Quando si dice koyo, intendiamo non solo ogni cosa particolare così come la vediamo, ma anche il retroterra di ogni cosa che è ri. Dovremmo sapere come usare le cose. Saper come usare le cose è conoscere l’insegnamento, o il modo in cui le cose funzionano. Comprendere le cose vuol dire comprenderne il retroterra; e comprendere il valore delle cose è comprendere come usarle nel modo corretto in accordo con il luogo e la natura di ognuna. Questo è vedere le cose così come sono. Ma, anche se dite, "Vedo le cose così come sono," non le vedete. Vedete un lato della realtà e non l’altro. Non ne vedete lo sfondo, che è ri; voi vedete le cose in termini di ji, il lato fenomenico di ogni evento, e pensate che le cose esistano in questo modo, ma non è così. Tutto cambia ed è correlato ed ogni cosa ha il suo fondamento (retroterra – sfondo). C’è una ragione dell’esistenza di tutte le cose. Vedere le cose così come sono significa comprendere che ji e ri sono uno, che la distinzione e l’uguaglianza sono uno, e che l’applicazione della verità e del valore delle cose sono uno.

Ad esempio, noi pensiamo che l’universo sia patrimonio del solo genere umano. Oggigiorno abbiamo amplificato le nostre idee e resa più libera la comprensione delle cose, ma anche se è così, la nostra comprensione è nella maggior parte dei casi antropocentrica, così non vediamo e non apprezziamo il reale valore delle cose. Voi avete molte domande da farmi, ma se comprendete con chiarezza questo punto, non c’è più molto da dire. La maggior parte delle domande e dei problemi sono create da idee egoiste, antropocentriche. "Cosa sono la nascita e la morte?" Questa è un’idea egoista e centrata su di sé. Nascita e morte sono la nostra virtù o il nostro merito. Morire è la nostra virtù; anche venire al mondo è la nostra virtù. Vediamo come tutto funziona, come ogni cosa appaia e scompaia, invecchi o si espanda. Ogni cosa esiste in questo modo. Perché trattarci in modo speciale? Quando diciamo "nascita e morte", il più delle volte intendiamo la nostra nascita e morte. Se invece comprendiamo la nascita e la morte come la nascita e la morte di tutte le cose – piante, animali e alberi – allora non è più un problema. Se è un problema, è un problema per tutte le cose, noi inclusi. Un problema che riguarda tutti e tutto non è più un problema. Quasi tutti questi quesiti derivano da una ristretta comprensione delle cose. E’ necessaria una comprensione più ampia e più chiara. Voi pensate che questi discorsi non vi aiutano per niente. Ma è duro aiutare un essere umano egoista.

Il Buddhismo non tratta gli esseri umani come una categoria speciale. E’ ingannevole ed egoista porre il genere umano in una categoria speciale. Tuttavia è normale per gli esseri umani pensare in questo modo, non rivolgere la riflessione all’interno ma ricercare una qualche verità al di fuori di sé. Quando cercate la verità all’esterno, significa che il fondamento non è abbastanza radicato (sviluppato). Dovete trovare la fiducia all’interno di voi stessi.

Il Sandokai afferma che tutti gli esseri sono dotati di una propria virtù e di un proprio merito. Come esseri umani, siamo provvisti della nostra natura. Solamente se viviamo come esseri umani, che hanno una natura egoista, seguiamo la verità in senso pieno, perché prendiamo in considerazione la nostra natura. Così dovremmo vivere in questo mondo come esseri umani. Non dovremmo vivere come se fossimo cani o gatti, che sono più liberi e sono meno egoisti. Gli esseri umani hanno bisogno di una gabbia, una grande gabbia invisibile come la religione o la morale. I cani e i gatti non hanno gabbie. Non hanno bisogno di insegnamenti o religioni. Ma noi esseri umani abbiamo bisogno della religione. Noi esseri umani dovremmo dire "scusatemi," mentre cani e gatti non ne hanno di bisogno. Così noi esseri umani dobbiamo seguire la nostra via, i cani e i gatti la loro via. Questo è il modo in cui la verità si applica a tutto.

Se seguiamo la nostra via umana, e i cani e i gatti seguono la loro via, sembra che gli esseri umani e gli animali dispongano di nature differenti. Ma anche se le nature sono differenti, il fondamento è lo stesso. Dal momento che il luogo dove viviamo e i modi di vita sono diversi, l’applicazione della verità si diversifica. Pensiamo al modo in cui utilizziamo l’elettricità. Talvolta come luce, talvolta come amplificazione. Gli esseri umani hanno la loro natura e gli animali la loro. Ma anche se i modi in cui esprimiamo le nostre nature sono diversi, le nostre nature si fondano sullo stesso terreno. Questo è l’applicazione della verità. Questo è ciò di cui tratta Sekito. Non ci dovremmo fissare sulla diversità nell’uso, perché usiamo tutti la stessa vera natura, o natura di buddha. Ma a seconda delle situazioni, useremo a natura di buddha in modo diverso. Ciò è sperimentare (trovare) la vera natura che è dentro di noi nella vita di tutti i giorni.

I versi seguenti sono: "I fenomeni esistono, interconnessi come la scatola e il suo coperchio; il principio si accorda, come le punte delle frecce che si incontrano." Il relativo (ji) si accorda con l’assoluto (ri) – come la scatola e il suo coperchio. L’assoluto e il relativo si accordano come due punte di frecce che si incontrano. Come ho già detto, ji significa le varie cose ed eventi, anche le cose che avete in testa, ciò che pensate. Ri è qualcosa oltre il pensiero, oltre la comprensione e la percezione. Ancora, assoluto e relativo sono la stessa cosa, ma dobbiamo considerarli in due modi diversi.

Dove c’è ji, c’è ri. Come una scatola e il suo coperchio, si adattano perfettamente l’un l’altro. Che io sia qui significa che la vera natura di buddha è qui. In questo momento, io sono un’espressione della natura di buddha. Io non sono semplicemente io. Sono più di me stesso, tuttavia esprimo la vera natura nel modo che mi è proprio. Che io sia qui significa che l’intero universo è qui, come dove c’è una lampada a kerosene c’è anche il kerosene.

Il modo in cui ri si accorda a ji è come due frecce che si incontrano a mezz’aria. A tal proposito esiste una vecchia storia. In Cina, nel Periodo degli Stati Guerrieri (430-221 A.C.), c’era un famoso maestro arciere chiamato Hiei (Cin. Feiwei). Kisho (Cin.Jichang), un altro valente arciere, molto ambizioso, volle duellare con Hiei. Così, armato di arco e frecce, si mise in attesa di Hiei. Vedendo Kisho, Hiei sollevò l’arco e mirò, tentando di colpire Kisho per primo. Ma entrambi erano così bravi e furono così pronti che le due frecce si incontrarono per aria. S-s-s-t. In seguito divennero come padre e figlio.

C’è una qualche ragione, per esempio, del fatto che sono vecchio. Senza una ragione, non sarei diventato vecchio. E senza una ragione, non sarei stato giovane. C’è una ragione per la mia vecchiaia, così non mi devo lamentare. Il fondamento della mia vecchiaia è il fondamento di quando ero un bel bambino. (Risate) Sono sostenuto dallo stesso fondamento, e lo sarò anche quando muoio. Questa è la nostra comprensione.

Accettare le cose come sono sembra molto difficile, di fatto è molto facile. Se non lo trovate facile, dovreste pensare al perché lo trovate difficile. Potreste dirvi, "Forse per la conoscenza superficiale ed egoistica che ho di me stesso." E quindi vi chiedete, "Perché ho una conoscenza egoistica delle cose?" Ma anche una comprensione egoistica delle cose è necessaria. A causa del nostro egoismo, ci impegniamo duramente. Senza una comprensione egoistica, non possiamo impegnarci. Abbiamo sempre bisogno di uno zuccherino, e una comprensione egoistica è una specie di zuccherino. Non è qualcosa da rigettare, è un aiuto. Dovreste essere grati alla vostra comprensione egoistica che produce molte domande. Sono solo domande e non significano molto. Si può godere delle proprie domande e risposte; vi si può giocherellare; non serve prenderle troppo sul serio. Questa è la comprensione della Via di Mezzo.

Possiamo intendere la Via di Mezzo come ri, vuoto, e ji, la qualcosità. Entrambe sono necessarie. Dal momento che siamo esseri umani e il nostro destino è di vivere, se possibile, fino ad ottanta, novant’anni, dobbiamo condurre uno stile di vita egoistico. A causa di questo stile di vita egoistico, incontriamo delle difficoltà che dobbiamo accettare. Accettare le difficoltà è già la Via di Mezzo. Non rifiutare lo stile di vita egoistico, accettarlo – ma senza attaccarvisi. Semplicemente godere della vita fintanto che si vive. Questa è la Via di Mezzo, la comprensione di ri e di ji. Quando c’è ri, c’è ji; quando c’è ji c’è ri. Comprendere la difficoltà in questo modo è godere della vita senza rifiutare i problemi e la sofferenza.

Ho notato qualcosa di importante che non ho mai sottolineato in precedenza: la sofferenza è una cosa preziosa. L’ho capito oggi nel parlarne con qualcuno. La nostra pratica potrebbe essere la pratica della sofferenza. Come soffriamo è la nostra pratica. Aiuta molto. Penso che molti di voi conoscano la sofferenza, per esempio il male alle gambe mentre sedete. E così nella vita di tutti i giorni. Il Vescovo Yamada guidò alcune sesshin al Centro Zen. Egli sottolineò unshu, che Hakuin Zenji aveva praticato per lungo tempo. Hakuin aveva sofferto di tubercolosi da giovane e era venuto a capo della sua malattia attraverso la pratica di unshu, che significa mettere l’enfasi sull’espirazione – "m-m-m-mmm." Come lo chiamate?

Studente: Lamento?

Gemito? Quando soffrite, dite "m-m-m-mmm."

Studente: Sospiro?

No, non sospiro.

Studente: Gemito?

Gemito – no. Più forza – come una tigre che soffre.

Studente: Ruggito?

Ruggito? (Risate) Diceva che il vostro respiro dovrebbe essere come il respiro che avete quando soffrite. Dovreste porre maggior forza nel fondo dell’addome e allungare l’espirazione. Bisogna praticare "m-m-m-mmm" silenziosamente; altrimenti non è unshu. Quando si ripete questo unshu come se si soffrisse di qualcosa di fisico o mentale, e lo dirigete verso la vostra parte sofferente, allora questa può essere una buona pratica. Non è diverso da shikantaza.

Ma quando la sofferenza è centrata sul torace e la respirazione è poco profonda, questa è agonia. Quando soffrite totalmente, dovreste soffrire dal profondo del vostro addome. "M-mm-m-mmm." Ci si sente bene quando lo si fa. E’ molto meglio che tacere o semplicemente giacere.

Il Vescovo Yamada ha avuto dei problemi fino a poco tempo fa. Ora egli è, probabilmente, "sopra la nuvola." Ma quando era a Los Angeles, soffriva molto. A quel tempo, non avevo molta esperienza di malattie e non riuscivo a capire. Non riuscivo ad accettare la sua pratica di unshu come invece può una persona ammalata. "M-m-m-mmm." "Che pratica è?" pensavo. Ma ho scoperto perché la faceva, ed ho scoperto che aiuta molto. Naturalmente, egli aveva compreso cos’è la sofferenza. Nessuno gode della sofferenza, ma il nostro destino umano è di soffrire. Il modo in cui soffriamo è il punto. Dovremmo sapere come accettare la sofferenza, ma non dovremmo esserne completamente presi. Questa era forse la pratica del Vescovo Yamada.

La nostra pratica è trovare l’unità di ri e ji, l’unità di gioia e sofferenza, l’unità della gioia dell’illuminazione nella sofferenza. Questa è la Via di Mezzo. Capite? Dove c’è sofferenza, c’è la gioia di soffrire, o nirvana. Perfino nel nirvana non ci si può sbarazzare della sofferenza. Diciamo che il nirvana è la completa estinzione dei desideri, ma ciò che esso significa è possedere questa totale comprensione e vivere in accordo con essa. Questo è zazen. Sedete diritti. Non vi piegate dal lato del nirvana o dal lato della sofferenza. Voi siete proprio qui. Ognuno può sedere e praticare zazen.

Seguo la composizione di Sekito verso dopo verso, ma bisognerebbe leggerlo tutto d’un fiato fino alla fine. Se ne parla pezzo dopo pezzo, non ha molto senso. Sekito è molto rigoroso (severo) nella conclusione, molto rigoroso. Non gli possiamo sfuggire. Non possiamo dire niente; in caso contrario assaggeremmo il suo grosso bastone. Al suo tempo, il mondo Zen era troppo rumoroso, così egli si arrabbiò. "Zitti!" è quello che disse. Così io non dovrei parlare così a lungo. Forse ho parlato troppo a lungo. Scusatemi.


BREVE DISCORSO DURANTE ZAZEN

Presentato durante zazen il mattino del 28 giugno, 1970, tra la decima e l’undicesima conferenza sul Sandokai.


Dovreste sedere con la totalità del vostro corpo: spina dorsale, bocca, dita dei piedi, mudra.

Controllate la postura durante zazen. Ogni parte del vostro corpo dovrebbe praticare zazen indipendentemente o separatamente: le dita dei piedi dovrebbero praticare zazen indipendentemente, e la mudra dovrebbe praticare zazen indipendentemente, e la colonna vertebrale e la bocca dovrebbero praticare zazen indipendentemente. Dovreste avvertire che ogni parte del vostro corpo fa zazen indipendentemente. Ogni parte del vostro corpo dovrebbe partecipare totalmente allo zazen. Controllate se ogni parte del corpo fa zazen indipendentemente. – questo è altrimenti conosciuto come shikantaza. Pensare "Sto facendo zazen" oppure "il mio corpo sta facendo zazen" è cattiva comprensione. E’ un’idea centrata su di sé.

NOTE

1 Reirin Yamada è stato Vescovo Soto Zen del Nord America dal 1969 al 1965.

2 Hakuin Zenji (1689-1769) fu un importante maestro giapponese che rivitalizzò e sistematizzò la scuola Rinzai. La sua pratica della respirazione è descritta nello scritto autobiografico "Yasenkanna", ristampato in Trevor Leggett The Tiger's Cave (London: Rider and Company, 1964, pp.142-156).

3 Shikantaza significa "semplicemente sedere."

4 Cioè, oltre la sua sofferenza.

5 In zazen, mudra è riferito alla posizione delle mani, che formano un cerchio chiamato "il mudra cosmico."
La
mudra è particolarmente importante. Non dovete avere la sensazione di abbandonare la mudra sui talloni dei piedi per vostra convenienza (piacere). La mudra dovrebbe mantenere la sua posizione.
Non muovete le gambe per vostra convenienza (piacere). Le gambe stanno praticando il loro zazen indipendentemente e sono completamente assorbite nel loro dolore. Stanno facendo zazen nel mezzo (attraverso) del dolore. Consentite loro di praticare il loro zazen. Se pensate che state facendo zazen, siete avviluppati in un’idea egoistica.
Se avete delle difficoltà in qualche parte del corpo, allora il resto del corpo dovrebbe aiutare la parte in difficoltà. Non siete voi ad avere difficoltà con una parte del vostro corpo ma la parte del corpo ha difficoltà: ad esempio, la
mudra si trova in difficoltà. L’intero corpo dovrebbe aiutare la mudra a praticare zazen.
L’intero universo fa zazen nello stesso modo in cui il corpo fa zazen. Quando tutte le parti del corpo praticano zazen, allora nello stesso modo l’intero universo pratica zazen. Ogni montagna si innalza ed ogni fiume scorre indipendentemente. Tutte le parti dell’universo partecipano nella pratica. La montagna pratica indipendentemente. Il fiume pratica indipendentemente. Così l’intero universo pratica indipendentemente.
Quando si vede qualcosa, si pensa di vedere qualcosa fuori di se stessi. Di fatto, voi vedete il vostro mudra e le dita dei piedi. Ecco perché zazen rappresenta l’intero universo. Dovremmo fare zazen con questo impulso nella nostra pratica. Non si dovrebbe dire, "Pratico zazen con il mio corpo." Non è così.
Dogen Zenji dice, "Non scorre l’acqua, scorre il ponte." Voi pensate che la mente pratica zazen ed ignorate la pratica del corpo. Quando pensate di star facendo zazen con mente imperturbabile, ignorate il corpo, ma è necessario che si sviluppi al contempo questa opposta comprensione. Il corpo fa zazen nell’imperturbabilità mentre la mente si muove. Le gambe praticano zazen nel dolore. L’acqua pratica zazen nel movimento, tuttavia l’acqua è immobile mentre scorre perché scorrere è la sua immobilità, ovvero la sua natura. Il ponte fa zazen immobile.
Che l’acqua scorra, perché è la sua pratica. Che il ponte stia immobile e sieda, perché è la sua pratica. Il ponte fa zazen; le gambe che dolgono fanno zazen; l’imperturbabile zazen fa zazen. Questa è la nostra pratica.

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