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Epicuro di Samo

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Introduzione | Le cose e il cosmo | Le cose il cosmo e noi | La conoscenza e il limite | La pratica del limite | L'anima e il tempo | Il processo della percezione in Epicuro | Alcune sentenze vaticane | Al posto di una conclusione | Note

Appendice Prima

L'anima e il tempo

L’anima, che per Epicuro è corpo al pari di ogni altra cosa, neanche lei sfugge al mutamento; perché se così non fosse, se non mutasse perché corpo noi non potremmo sentirla. Per cui va finire che proprio per colui che fu accusato di essere un bestemmiatore degli dèi (ma non subì la stessa accusa Socrate e colui che fu chiamato il Nazareno? ), l’anima è un dato concreto con cui fare i conti, tanto che ne dirà essere la causa dominante della sensazione; a differenza di coloro che, con l’intento nobile di elevarla, la staccano dal concreto agire dell'uomo. La tesi della corporeità dell’anima che, mescolanza di soffio e calore, è un corpo composto di fini particelle sparso in tutto l’aggregato (Erodoto 63), non riduce banalmente l’anima a materia, ma fa piuttosto dell’anima il centro reale e non astratto, perché separato dal corpo (come la filosofia platonica e in generale molte filosofie e religioni tradizionali sostenevano), della vita del soggetto. E’ nell’anima-corpo che s’impianta il discorso sul sé, sulle cose, sul senso della vita e la possibilità di essere felici, non solo perché l’anima-corpo "sente", ma perché "sentendo", "vede", "capisce", "conosce", "delibera", "vuole" e "fa". E’, in altri termini, sede della moralità. E ciò non perché sia prima di tutto sede della conoscenza, quasi che la moralità ne fosse una conseguenza, ma perché conoscere ciò che è bene e farlo non possono opporsi che nell’errore e quest’ultimo, come Epicuro insegna (Erodoto 52), nasce sempre da una "proiezione d’attesa" che non è né vero sapere, né un autentico fare. Nella filosofia di Epicuro non c’è intellettualismo etico: il bene non discende dal sapere la verità nella forma del concetto. Semmai è proprio contro l’astrattezza dell’intellettualismo etico che la nuova fisiologia morale di Epicuro si scaglia. E del resto non è… che Epicuro sostenga una teoria naturalistica: quindi nella sua filosofia non c’è posto nemmeno per un’etica naturalistica, dal momento che non c’è una natura-oggetto, ma un tutto fatto dall’incontro tra le molteplicità formali degli aggregati atomici. Ancora sull’anima: Non è possibile, infatti, concepire l’anima come senziente se non in questo complesso di anima e corpo dotato di determinati moti: non lo è più quando il corpo che la racchiude e circonda non sia più tale da consentire all’anima che sta in esso i moti ch’essa ha attualmente (Erodoto, 66). Oppure, ecco come pone la questione, non meno spinosa, sulla natura del tempo, il gran poeta di Epicuro, Lucrezio: Il tempo non esiste in se stesso, ma è dagli avvenimenti che scaturisce il sentimento di ciò che si è compiuto nel passato, di quanto è presente e di ciò che avverrà nel futuro; e nessuno, bisogna ammetterlo, ha il senso del tempo in sé, considerato al di fuori del movimento e del riposo delle cose . E se si fa caso ai secoli in cui queste cose sono state dette e pensate, si ha la misura esatta della loro modernità. E’ di una tale complessità, quindi, che Epicuro discorre, piuttosto che della opposizione (ad esempio di anima/corpo) cui la tradizione culturale dell’Occidente –a partire dalla sconfitta proprio della posizione epicurea di cui stiamo trattando- ci ha abituati. L’epicureismo è opposto alla dialettica poiché ogni dialettica presuppone che il progresso dell’essere derivi da una opposizione di contrari che è risolta. Ma non ci sono opposizioni da risolvere. Perché la natura dovrebbe essere opposta a sé stessa? Fondata infine su questi presupposti fisici e gnoseologici, l’etica condurrà a termine il capovolgimento completo dello spiritualismo platonico affermando che, come unico criterio di vero è la sensazione, così unico criterio di bene è l’esperienza. Nel definire perciò la felicità umana, si deve partire non già dalla virtù, ma dal piacere e, anziché ritenere veri piaceri quelli che si trovino in accordo con la virtù, reputare vere virtù quelle che, nell’esperienza che se ne faccia, si convertano nel piacere.

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