Appendice Quarta
Al posto di una conclusione
Naturalmente, non cè una conclusione, né può
esserci. E questa la bellezza del pensare. Vorrei, però,
proporre un azzardo. Un gioco serissimo che alla fine mi faccia capire
perché (senza nessun artificio della volontà) non ho
mai smesso il pensiero intorno ad Epicuro e la mia pratica del Dharma
buddhista. Per scoprire che, magari, è così che avvengono
le digestioni culturali. Proviamo, per un momento, a considerare la
consapevolezza a che il modello atomico dellepicureismo sia,
appunto, un modello, una griglia interpretativa e concettuale che,
sola, permetteva di fare filosofia nel III secolo a. C. in una Atene
che aveva visto succedersi la più complessa successione di
pensiero mai vista in Occidente. E chiediamoci: perché Epicuro
tiene tanto al fatto che i suoi atomi siano da considerarsi indistruttibili
ed eterni, quando, oltretutto, proprio gli atomi non ricadono sotto
la diretta presa dei sensi ma vanno, per così dire, teorizzati?
Nella Lettera ad Erodoto, che abbiamo già citato, Epicuro è
chiarissimo: Dobbiamo indagare su quello che sfugge allesperienza
sensibile prendendo questo come punto fermo: in primo luogo, non vè
nulla che derivi dal non essere; altrimenti tutto nascerebbe da tutto,
né ci sarebbe alcun bisogno di semi. E analogamente se ciò
che viene meno si dissolvesse nel nulla tutte le cose avrebbero già
finito col dissolversi, non esistendo ciò in cui si sono risolte.
Inoltre il tutto fu sempre quale ora è e quale sempre sarà;
nulla esiste in cui esso possa mutarsi, né al di là
del tutto vi è alcunché che, penetrando in esso, possa
provocare in esso un mutamento. Il tutto è costituito di corpi
e vuoto. Chi i corpi esistano, lo attesta di per sé in ogni
caso la sensazione.. Se poi non esistesse ciò che noi chiamiamo
vuoto, o luogo, o natura intangibile, i corpi non avrebbero né
dove stare né dove muoversi così come evidentemente
fanno. Elenchiamo: - non vè nulla che derivi dal non
essere; - se ciò che viene meno si dissolvesse nel nulla tutte
le cose avrebbero già finito col dissolversi; - inoltre il
tutto fu sempre quale ora è e quale sempre sarà Si tratta
di una puntualissima riepilogazione del pensiero filosofico precedente,
tanto che, se si fosse fermato qui, nulla avrebbe da dirci il piccolo
uomo di Samo che non ci abbiano già detto Parmenide o Zenone.
Ma allora perché ce lo ripete? Sostanzialmente affinché
nessuno possa muovere quella formidabile critica attorno a cui è
ruotata la parte più matura del discorso filosofico greco:
lessere non è nulla! E, difatti, ponendo latomo
come indistruttibile e eterno, Epicuro evita che le cose, nelle continue
e mutevoli aggregazioni/disaggregazioni, possano scivolare nel nulla.
Ma cera unaltra obiezione, discendente dalla prima, alla
quale occorreva porre riparo prima di argomentare il nuovo; lobiezione
che, posto che lessere non è nulla, allora nulla può
cambiare. Ma vediamo di leggere in bella prosa questi passaggi: Il
senso dellessere emerge nella contrapposizione dellessere
al niente. Anche Parmenide, come Eraclito, riflette esplicitamente
sullopposizione, ma egli si rivolge allopposizione suprema,
quella dove i due opposti non hanno alcunché in comune, e cioè
quella dove uno dei due opposti il niente non è
"qualcosa" che possa venire conosciuto e intorno a cui si
possa parlare, ma è lassolutamente niente, lassoluto
non-essere che non trova luogo allinterno dei confini del Tutto.
Chi presta ascolto alla verità sa dunque che lessere
è ed è impossibile che non sia. Se infatti si afferma
che lessere non è, sia afferma che lessere è
non-essere, e questo è limpercorribile assurdo che la
verità proibisce di affermare. Quindi lessere non può
venir generato né andare distrutto.. Quindi lessere è
assolutamente immutabile ed eterno; e la Giustizia dellessere
consiste appunto in questo: nel proibire che esso, in qualsiasi modo,
divenga. Ma ecco Epicuro che conclude: Il tutto è costituito
di corpi e vuoto. Da un lato, ecco salva la necessità dellessere
contro il nulla tramite latomo indistruttibile ed eterno; dallaltro,
ecco salva la realtà del mutamento attraverso il continuo aggregarsi/disaggregarsi
dei corpi che avviene in questo luogo o spazio che lui dice vuoto.
Così la cosa/corpo è, al tempo stesso, sempre se stessa
(per via dellatomo) e mai se stessa (per via dellaggregarsi/disaggregarsi).
Presenza e assenza, atomo e vuoto, sono così legati allinterno
dello stesso sistema. Ancora: se latomo non fosse lelemento
costituente degli aggregati, non solo non ci sarebbero i corpi ma,
in un certo senso, non ci sarebbe niente, poiché latomo
di per sé, pur se indistruttibile ed eterno è niente,
tanto che nessuna sensazione lo attesta. Ecco, quindi, che quel che
da un certo punto di vista rappresenta il pieno in realtà è
vuoto; e il vuoto, che essenzialmente dovrebbe essere niente, assenza,
in quanto luogo, spazio, eccolo pieno delle continue aggregazioni
e disaggregazioni dei corpi, premessa indispensabile a che si possa
dire: Che i corpi esistano, lo attesta di per sé in ogni caso
la sensazione.. Se poi non esistesse ciò che noi chiamiamo
vuoto, o luogo, o natura intangibile, i corpi non avrebbero né
dove stare né dove muoversi così come evidentemente
fanno. Confrontiamo ora tutto ciò con quel che soggiace ad
un altro pensare intorno a forma/vuoto. I famosi versi del Sutra del
Cuore dichiarano che: "Lo spazio/vacuità è precisamente
la forma/colore, e la forma/colore è precisamente lo spazio/vacuità".
Ciò che chiamiamo spazio contiene una miriade di forme e colori,
corpi e pesi e così via. Non li riflette come uno specchio,
è lassenza che garantisce la loro presenza, ed è
la loro presenza che garantisce lassenza. Cè un
"suscitamento reciproco" tra vuoto e forma, tra esistenza
e non-esistenza, tra essere e non-essere, e questi non sono mai sentiti
in alternativa uno allaltro, o come elementi che si affrontano
in una sorta di competizione. Dove, ciò che mi interessa sottolineare
è lavvenimento della medesima rivoluzione concettuale:
il passaggio, cioè, dallesclusione di uno dei due termini
del problema allinclusione di entrambi. E se si pensa che i
testi della Prajna Paramita, debitori del pensiero indiano e risalenti
al I secolo a. C., riconoscono nella sapienza la massima delle virtù,
la compagna di ogni risvegliato ; mentre lepicureismo opera,
come sappiamo, qualche secolo prima in una terra dove la conoscenza
fu.. il massimo valore della vita. si può ben sperare, in qualche
modo e nonostante tutto.
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